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Nella Lousiana del 1828 vivono fianco a fianco, nella medesima dimora, due donne: una giovane e bella sposa delusa dalla vita matrimoniale, di nome Manon Gaudet, e una schiava, Sarah costretta a soddisfare gli appetiti sessuali del padrone. Mentre infuria un'insurrezione di schiavi nella piantagione dei Gaudet, Manon non si perde d'animo e continua a vivere una grande contraddizione: esercita in modo autoritario e impietoso il diritto di proprietà e ne è allo stesso tempo vittima più o meno colpevole. Una saga scomoda, feroce e intransigente raccontata dalla scrittrice americana Valerie Martin nel romanzo Proprietà grazie al quale ha vinto l'edizione 2003 del Premio Orange per la Fiction. L'autrice ha accettato di farsi intervistare da Infinitestorie.it.
D. Come ha avuto origine il suo romanzo e dove ha tratto ispirazione per la sua stesura?
R. Tutto è nato dalla lettura di una breve descrizione di una rivolta di schiavi che ha avuto luogo nel 1811 in Louisiana. Sembra che fosse una delle più grandi avvenute negli Stati Uniti, ma non ne avevo mai sentito parlare. Centinaia di schiavi furono coinvolti, così come semplici cittadini e la milizia locale. Diciotto uomini furono ritenuti colpevoli e giustiziati sulla pubblica via, le loro teste mozzate messe in mostra lungo il fiume Mississippi. Questo macabro dettaglio mi ha portato alla mente l'immagine di una donna del Sud che passeggia lungo River Road a bordo della propria carrozza mentre abbassa il velo sul volto per proteggersi dalla visione raccapricciante che si offre ai suoi occhi. Questa immagine non è poi entrata a far parte del mio romanzo, ma è servita come spunto perché di tale rivolta la protagonista, Manon, sente parlare da bambina. Tuttavia è stata un'immagine importante perché ha fatto sorgere in me una serie di domande riguardo a quali altri orrori una signora dell'epoca avrebbe assistito sul suo cammino in quei giorni.
D. Come è riuscita a calarsi nell'America del diciannovesimo secolo?
R. Mi sono a lungo documentata: ho letto diari e lettere di proprietari di schiavi, preso nota delle loro preoccupazioni, delle loro ossessioni, ascoltato le loro voci, ma soprattutto ho cercato di immaginare il mondo in cui questi personaggi fossero gli unici a parlare.
D. È raro trovare un romanzo che racconti la schiavitù dal punto di vista della moglie di un proprietario terriero. Sotto quale nuova luce verrà ora visto questo periodo storico?
R. Mi interessa studiare il legame che esiste tra la mancanza di equità all'interno delle mura domestiche e la repressione sociale che ritengo vadano a braccetto. Penso infatti che per fiorire nel mondo l'oppressione debba avere prima di tutto profonde radici locali. Ciò che vorrei è che questo romanzo non gettasse luce solo su questo periodo storico, ma sull'intero complesso delle attività umane che ricadono nella categoria delle regole dettate dal potere. Gli oppressori si convincono inevitabilmente che gli oppressi creano solo guai, sono difficili da gestire, ignoranti e perfino ingrati. Naturalmente la schiavitù è la forma più estrema di tale fenomeno. Gli oppressi sono ritenuti meno che umani, hanno un valore puramente monetario diventando così una proprietà. Il sistema che vigeva in America prima della Guerra Civile mi è sembrato un ottimo punto di partenza per dimostrare come agisce l'oppressione. Ancora oggi, tuttavia, le Nazioni Unite considerano la schiavitù uno tra i maggiori problemi della società globale, ma anche un momento senza fine.
D. Per quale ragione ha scelto una donna come protagonista?
R. Volevo che a narrare la vicenda fosse una donna proprietaria di schiavi perché le donne bianche occupavano una terra di mezzo nel sud ante bellico: erano complici all'interno di un sistema che le privava della libertà. Il fatto di penetrare in un mondo, quello presentato dal romanzo, attraverso la prospettiva di un personaggio messo alla prova moralmente, permette al lettore di sperimentare direttamente l'aspetto più spaventoso di questo sistema tirannico caratterizzato non solo dalla brutalità, ma anche dall'inflessibile bigottismo e dall'incredibile ipocrisia.
D. Quale rapporto ha con i suoi lettori?
R. Penso sia importante non mentire loro, per me è come un obbligo nei loro confronti.
D. Di cosa si occuperà prossimamente?
R. Sto scrivendo una raccolta di racconti su artisti di vario genere: poeti, pittori, musicisti, attori e sui molteplici modi in cui l'arte ha salvato e, allo stesso tempo rovinato la loro esistenza. Sto anche lavorando a un saggio sui pericoli di un'istruzione religiosa.
D. Di quali autrici è appassionata lettrice?
R. I primi nomi che mi vengono in mente sono: Jane Austen, Edith Wharton e Emily Bronte.
D. Come ha accolto la notizia del Premio Orange?
R. Sicuramente con grande sorpresa, ma soprattutto mi ha reso molto felice pensare a quali meravigliose occasioni porterà al mio libro. Inoltre sarà una sorta di rivincita per il mio editore che ha comprato il mio romanzo a scatola chiusa. Infine tale vittoria mi permetterà di dedicarmi solo alla scrittura e non più all'insegnamento.
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