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Un travolgente affresco del nostro Paese  Intervista ad Alessandro Canale

Un bel giorno, alle Terme dell’Anima  Intervista di Valentina Fortichiari a Massimo Gramellini

Realtà deformate  Incontro con Daniela De Prato


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thesiger2.jpg Le paludi dell’Iraq
vissute da Wilfred Thesiger
autore di Quando gli arabi vivevano sull’acqua
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Quasi esattamente un anno fa, il 24 agosto 2003, moriva a 93 anni in una casa di riposo britannica Wilfred Thesiger, dopo aver combattuto contro il più subdolo dei suoi nemici, il morbo di Parkinson. Singolarissimo personaggio. Nato in Etiopia, vissuto un po' dappertutto purché fossero posti complicati, studi a Eton e Oxford. Come definirlo? Un viaggiatore? È veramente troppo poco. Era, caso mai, un esploratore. Di più: un esploratore di terre particolarmente inquiete e di qualcosa di forse ancora più inquieto: il suo stesso spirito, di cui probabilmente non ebbe mai ragione.

Era un avventuriero? Una spia? Definizioni inadeguate anche queste. Certo, nella sua lunghissima vita Thesiger affrontò avventure ai limiti dell'incredibile, sembrava non poterne fare a meno, e ne riportò una preziosa messe di informazioni per le autorità politico-militari del suo paese. Ma non era l'avventura in sé ad attirarlo quanto il mondo di coloro che in questa avventura (di questa avventura) vivevano. E le notizie che riferiva su di loro e sui loro territori, per lui erano anzitutto un modo per far capire quanto li amasse. Così andò a vivere da bedù in mezzo ai bedù dell'Arabia. E poi da arabo delle paludi tra gli arabi che vivevano (vivono tuttora) nelle paludi formate dal congiungersi di Eufrate e Tigri nel deserto in fondo all'Iraq, poco prima del Golfo Persico.

Due — assai più che avventure — esperienze di vita raccontate in altrettanti suoi libri. L'anno scorso, poco prima della sua morte, ho reso conto dell'edizione italiana di Sabbie arabe, affascinante cronaca delle sue traversate (e misurazioni, e mappature) del Rub 'al Khali, la meno nota, la più infernale delle zone desertiche della penisola araba. Adesso sono reduce dalla lettura di Quando gli arabi vivevano sull'acqua, racconto degli anni trascorsi nel profondo Sud dell'Iraq, aggirandosi in canoa nei meandri di quell'incredibile e fradicio mondo lagunare per conoscerne la gente e farne conoscere durezze e nobiltà. Se Conrad ci fosse ancora, lo userebbe quasi di sicuro per creare un alter ego del suo Mistah Kurz.

Ecco che cos'era piuttosto Wilfred Thesiger: un missionario. Un missionario non spinto dall'imperativo di diffondere una religione ma di informare su particolari situazioni antropologiche a rischio di distruzione. Quanto più particolari e quanto più a rischio, tanto meglio. Chissà quale poteva poi essere davvero la molla che — non essendo lui medico – lo spinse fino a imparare a circoncidere decine di ragazzi per il puro e semplice fatto che avevano bisogno dell'operazione. Un'operazione che la religione islamica imponeva loro, trascurando però l'aspetto delicato della questione: l'assenza di medici. Operazione barbara, checché se ne possa dire e pensare. Soprattutto se praticata con grave ritardo da fattucchieri-barbieri-cerusici analfabeti (quando andava bene) su ragazzi ormai grandicelli, se non addirittura già adolescenti o giovani uomini (sempre a causa dell'assenza o perlomeno scarsità locale di chi potesse praticarla).

Poi, una volta proceduto ad autentiche circoncisioni di gruppo, o «di villaggio», se non «di clan», Thesiger metteva tutti questi ragazzi in fila, seduti con il tagliuzzato piffero quasi in vista, e li fotografava. Documento antropologico? Documento di caccia? Chissà. La sunnet (cerimonia e festa della circoncisione) è fatta così. Una volta subita la dolorosissima asportazione del pezzetto di pelle, il ragazzo (in genere più di uno, con un fratello, un cugino) viene piazzato in bella vista a esibire tutto bendato e impacchettato il frutto del suo virile coraggio, e può succedere che le zie gli girino attorno soffiandoci sopra per rinfrescarlo. Scena per lo meno singolare. Non di rado, ai tempi di Thesiger ma forse ancora oggi, foriera di setticemia e impotenza.

Circoncidendo di qua e di là, e intanto andando a caccia in canoa di volatili migratori e di cinghiali assassini, vivendo in quelle singolari capanne di giunchi che, se dimore di sceicchi, potevano arrivare alle dimensioni di palazzi, combattendo con loro i flagelli delle alluvioni e soprattutto degli incendi — e bevendo l'acqua putrida delle paludi in cui tutti facevano pipì e pupù dai bordi degli isolotti galleggianti —, Thesiger visse circa sette anni, dal 1951 al '57. Gli arabi delle paludi lo avevano accolto come un fratello, e lui li amava, dividendo non di rado «la coperta» con qualche adolescente, quando di notte faceva freddo. Le popolazioni arretrate, se si è capaci di proporsi loro come amici, sono le più ospitali, le più generose. In cambio, in genere vengono poi bombardate o gasate, quando nei loro territori, prima trattati con disprezzo, il «mondo civile» scopre qualcosa di prezioso da arraffare.

Chissà se i militari britannici che di questi tempi pattugliano con le loro armatissime imbarcazioni quelle paludi irachene, nominalmente per tenere a bada il terrorismo ma molto di più per difendere poco puliti interessi petroliferi, si servono delle misurazioni e rilevazioni fatte allora da Wilfred Thesiger? Nel libro non ne parla, ma non è pensabile che non ne abbia fatte. Apparteneva alla sua stessa natura. Lo faceva probabilmente senza nemmeno accorgersene. Ma i discendenti di quegli «arabi delle paludi» non sembrano amare i discendenti di Thesiger quanto i loro antenati amavano questo strano nobile britannico dal naso da boxeur che raccontava al mondo la loro vita e li circoncideva.

Come si era stufato di botto delle sabbie arabe, sentendovi un intollerabile fetore di modernità ma soprattutto di petrolio, un bel giorno, forse per gli stessi motivi, Thesiger si stufò anche delle paludi irachene e se ne andò. Adesso se n'è andato del tutto, sicuramente stufo di questo mondo moderno sempre più maleodorante di petrolio, ma a ricordarlo rimangono e rimarranno a lungo i libri (e le foto) in cui ha raccontato in tutti i dettagli le sue straordinarie esperienze. Definirli — derubricarli a — «libri di viaggio», a mio modo di vedere sfiora l'ingiuria.

Mario Biondi