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In una landa desolata, annegata da una pioggia torrenziale, L'ultimo elfo, protagonista dell'omonimo romanzo di Silvana De Mari, trascina la propria disperazione per la sua gente. Lo salveranno due umani che nulla sanno dei movimenti degli astri e della storia, però conoscono la misericordia, e salvando lui salveranno il mondo. L'elfo capirà che soltanto unendosi a esseri diversi da sé, meno magici, ma più resistenti alla vita, non solo sopravviverà, ma diffonderà sulla Terra la luce della fantasia. Infinitestorie ha intervistato Silvana De Mari, il cui romanzo sarà presto tradotto in tutto il mondo.
D. L'Ultimo elfo è il Suo terzo libro, simile al secondo nello stile e nell'ambientazione. Come si è trovata a seguire questo nuovo filone, rispetto al primo?
R. Quello fantastico è un filone che mi piace molto perché è la vera anima del cantastorie: creare una realtà dove il sogno diventa narrazione, ma non rinnego la mia altra anima, quella del qui e ora. Dipende da come mi sveglio la mattina. Quando la luce si disperde dentro le nebbie dei giorni di autunno, nascono le storie in cui ci si può rifugiare, dove uno può andarsene, recuperando l'antica motivazione del cantastorie, che era quella di creare un'alternativa alla realtà del qui e ora. Senza dimenticare mai, però, che anche nella più fantastica delle storie, nella più inverosimile delle avventure, noi siamo sempre noi e un pezzo della realtà, magari nascosta dentro drappi di broccato e oro, finisce sempre nella narrazione.
D. Paura e solitudine sono lo spettro che si trova a dover affrontare il piccolo elfo, ma è un sentimento diffuso anche fra bambini e adulti. Che cosa vuole comunicare loro attraverso il Suo libro?
R. La paura e la solitudine fanno parte del nostro appartenere alla razza umana. Compaiono il giorno in cui ci accorgiamo che non è vero che papà e mamma staranno sempre con noi e che sono talmente forti, onnipotenti e immortali da poterci proteggere da ogni male. Qualcuno è più sfortunato degli altri e lo scopre molto prima che l'infanzia sia terminata, e allora, se nessuno viene a consolarlo, una paura e una solitudine strazianti diventano la sua stessa maniera di essere, la sua unica possibilità di pensare. C'è comunque una regola che funziona per tutte le forme di paura e per tutte le forme di solitudine: quando ci sentiamo spaventati e soli, se riusciamo a trovare qualcuno che sia più solo e spaventato di noi e ci mettiamo insieme, come per magia, il mondo migliora.
D. Il saper leggere viene considerato dai protagonisti del romanzo una specie di magia, ”una capacità imperscrutabile, inspiegabile...“. Evidentemente Lei la vive così. E quale è la Sua magia per incatenare i lettori alle Sue pagine?
R. Che la gente sappia leggere è sempre stata una questione di famiglia. Mia madre era maestra, mia sorella è insegnante, anch'io ho fatto quel tipo di studi. La zia di mio padre è stata la prima maestra donna di Santa Maria Capua Vetere, mio paese natale. L'alfabetizzazione dei cafoni è sempre stata uno dei miti di famiglia, dalla Repubblica Partenopea, dalle rivolte contro i Borboni del 1848, da quando Garibaldi è arrivato sul Volturno c'è sempre stato qualcuno dei miei a litigare perché i cafoni potessero andare a scuola. L'incapacità di leggere e scrivere è un danno per la persona umana, che impedisce la formazione del pensiero astratto e della narrazione storica. L'analfabetismo è la chiave di volta dell'essere schiavi. Saper leggere e scrivere inoltre rende accessibili le storie, perché noi tutti, creature umane, siamo ascoltatori e raccontatori di storie. Tutti noi abbiamo la capacità di alternare le realtà e i mondi, quello in cui viviamo e quello in cui ci trasportano le storie che ascoltiamo e scriviamo. Ai tempi in cui la fame era tanta e la miseria pure, la gente si separava dal proprio poco pane per darlo al cantastorie, che ti raccontava di Ulisse o di Merlino e per una sera il mondo si allargava.
D. In questo romanzo si ritrova un tema a Lei congeniale, quello della diversità. Questo problema, oggi così drammatico, è evidenziato nella figura dell''ultimo elfo. Pensa che questa simbologia possa risultare chiara ai ragazzi e li stimoli a superare le barriere?
R. La diversità è diventata il problema assoluto negli ultimi due secoli di storia. Fino ad allora ci eravamo invasi e scannati più o meno tutti, con alterne vicende e fortune e il genocidio era già stato inventato. Negli ultimi duecento anni l'uso di armi moderne associato ad antichi odi ne ha orrendamente facilitato la possibilità. Non è obbligatorio amarsi tutti, frequentarsi tutti e volersi tutti tanto bene. Chi affermi che è anche solo tecnicamente possibile provare simpatia per tutti gli altri esseri umani presenti sul globo è solamente un cantore dell'ipocrisia. Nessun essere umano può essere costretto a non provare simpatie e antipatie o a sentirsi in colpa se ne prova. Quello che è un obbligo è non massacrare nessuno e intervenire quando un altro viene massacrato o, perlomeno, non permettere che il suo ricordo scompaia. L'importante è che tutti abbiano la possibilità di sopravvivere e che, dove questa possibilità sia negata, che almeno la misericordia sopravviva. Il tema del genocidio mi ossessiona: da quando, bambina, a Trieste, mio padre mi mostrava la Risiera di San Saba, l'unico campo di sterminio sul suolo italiano, fino alle desolate lande Africane, dove interi popoli sono scomparsi in maniera atroce e non solo nessuno è intervenuto, ma si è anche immediatamente steso il velo dell'oblio. Ci sono solo due modi per superare le barriere: il primo è ascoltare, perché ognuno ha la sua storia da raccontare, il secondo è la conoscenza sia del presente che della storia, perché solo chi conosce il passato, può avere la speranza di cambiare il futuro e perché, dove il soccorso non è stato possibile, sia almeno presente la memoria. Ciò che importa non sono solo le cose, ma il senso che noi diamo loro. Ciò che importa non è solo la morte, prima o poi tutti dobbiamo morire, ma è che io sappia che, se sono stato radiato dalla superficie del globo come uno scarafaggio da schiacciare, almeno la mia sofferenza e la mia morte siano rimasti nella memoria. Per superare le barriere è necessario conoscere e non dimenticare, perché la dimenticanza delle sofferenze altrui è la più terribile delle barriere.
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