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Sesso e veleni nell’Urbe  Intervista a Steven Saylor

Una partita a scacchi tra cristiani e musulmani  Intervista a Nerea Riesco

L’altro volto del crimine  Incontro con Ferdinand von Schirach

L’Uruguay in tre generazioni di donne  Intervista a Carolina De Robertis

Viaggio in India  Incontro con Shobhaa Dé

Quando è un uomo a parlare d’amore   Incontro con Raffaello Mastrolonardo

L’ispettore Camilla e il Divino Assassino  Intervista a Giuseppe Pederiali

Un travolgente affresco del nostro Paese  Intervista ad Alessandro Canale

Un bel giorno, alle Terme dell’Anima  Intervista di Valentina Fortichiari a Massimo Gramellini

Realtà deformate  Incontro con Daniela De Prato


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khiva.jpg Quel “Gioco Losco” del Turkestan
Secondo Peter Hopkirk
autore di Il Grande Gioco
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)
[La foto ”Mura di Khiva“ è © di Mario Biondi]

”Rule Britannia“, cantavano da decenni i britannici. Parole di James Thompson, musica di Thomas Augustine Arne (1740). Alla metà del XIX secolo dominavano sulle ”onde“ e sui continenti. Colui che aveva cercato di opporsi e di rimodellare il mondo secondo suoi diversi criteri di libertà e cultura, il francese Napoleone, giaceva immobile da un pezzo. Londra mirava a congiungersi con Calcutta (e viceversa) per un itinerario meno interminabile e meno legato ai venti stagionali di quello attraverso gli oceani, un itinerario terrestre che la portasse (per così dire) rapidamente al Mediterraneo dal suo Impero in India e viceversa. Vi si opponevano due potenze: l'impero ottomano e quello russo.

Sulle loro terre si dipanava l'intricato ma collaudatissimo reticolo di strade, piste e tratturi detto ”Via della Seta“. E sulla Via della Seta correvano, nelle due opposte direzioni, merci preziosissime. La cosa irritava profondamente i britannici, consacrati come si sentivano per volere divino a controllare il mondo e soprattutto i suoi commerci. Per di più, al di là di ottomani e russi, in Europa, stavano facendo capolino i superindustrializzati ed efficientissimi prussiani...

Il Sultano di Costantinopoli, il cosiddetto ”Tacchino“, ”Il malato d'Europa“, non sembrava rappresentare un grosso problema, ma i russi erano un'altra cosa. Ed era attraverso le loro terre che si compiva il viaggio più rapido da Londra (o dalla Prussia, oltre che ovviamente dalla stessa Mosca) verso l'Asia Centrale. Gli studiosi britannici del Grande Gioco, nelle loro incrollabili certezze circa la sacrosanta validità delle pretese di Londra sull'Asia Centrale e la conseguente smaccata infondatezza di quelle di Mosca, non si pongono mai nemmeno l'ombra del problema di queste distanze.

Comunque, una volta arrivati in Asia Centrale, giù a capofitto, valicando alcuni vertiginosi passi tra i più alti al mondo, verso l'India. Tuttavia, che uomini e merci arrivassero in quelle zone da Londra (o ne partissero sotto l'egida commerciale e politica di Londra), a chi governava l'Inghilterra sarebbe andato benissimo, e se andava bene a loro andava di sicuro bene anche a Dio. Ma che quelle merci arrivassero da o partissero per Mosca, no, questo non andava affatto bene.

Per cercare di evitare tanta iattura fu organizzato un losco sport, che gli stessi inglesi chiamarono ”Grande Gioco“ e i russi ”Torneo delle Ombre“. Una guerra di spie che costò la vita a moltissimi esseri umani, ma soprattutto impedì quasi ogni possibilità di uno sviluppo ordinato e rapido per i paesi dell'Asia Centrale e del Medio Oriente.

Quest'ultimo, poi (Iran, Afghanistan e Pakistan), da non confondere con il Vicino Oriente, dove i britannici avrebbero avuto modo qualche decennio più tardi di mettere in opera tutto il loro contorto genio politico creando la più ingovernabile delle polveriere transnazionali: l'Iraq, impietoso assemblaggio di antiche culture, religioni e popoli, tanto civili quanto sfortunati, messi insieme con la forza in nome degli interessi di Londra. La storia di questa tragedia (e dei suoi postumi) si può leggere in Tariq Ali, Bush in Babilonia. La ricolonizzazione dell'Iraq.

E a suo tempo se ne indignò persino l'ultrabritannico Robert Byron sulla via per l'Oxiana, definendolo ”un altro, insigne episodio dell'Era del Tradimento nella politica estera britannica“. Ma i britannici avevano dovuto inventare in tutta fretta un regno per il loro alleato Feisal (arabo sunnita), il grande ribelle amico di Lawrence, spedito via precipitosamente da Damasco dove era arrivato da vincitore fin dal cuore dell'Arabia, e non intendevano sottilizzare sulle promesse fatte e sui diritti delle altre popolazioni locali, sciiti, curdi e cristiani assiri (una storia che, appunto, dura ancora oggi e chissà quando finirà...)

Così, per praticare il Grande Gioco fu organizzata una fittissima rete di finti archeologi, finti studiosi, finti scrittori, finti viaggiatori, finti commercianti di cavalli, finti esperti di lavorazione della seta, e chi più ne ha più ne metta, per andare a raccogliere informazioni tra Karakoram, Pamir, Tien Shan e deserti rossi e neri, e intanto piantare una zizzania possibilmente eterna. Quasi tutti tornarono con dettagliatissimi memoriali, accolti a braccia aperte e pubblicati a spese della Geographical Society, diversi tornarono dopo aver depredato di inestimabili tesori artistici antichissimi monasteri e intere valli buddiste, alcuni infine rimasero là per sempre, parce sepultis.

Per superare le terre dei russi e avvicinarsi alle grandi montagne che bordano l'India di allora (adesso è per lo più Pakistan, oltre al contesissimo Kashmir) bisognava superare tremendi deserti tra Caspio e Aral e soprattutto l'occhiuta attenzione dei predoni nomadi turkmeni e quella non meno occhiuta del Khan di Khiva e dell'Emiro di Bukhara, che campavano remoti in un lusso medievale, da un lato imponendo pedaggio sulla loro parte di Via della Seta e dall'altro lasciando depredare le carovane e vendere sui loro mercati merci rapinate ed esseri umani catturati.

E molti britannici (o assimilati) ci lasciarono le penne, non di rado ficcati in un pozzo buio e pieno di parassiti davanti alle mura di Bukhara (Connolly e Stoddart). Ma bukharioti e khivani sapevano fin troppo bene com'erano stati straziati dai soldati britannici i regni Moghul dell'India, e non avevano nessuna intenzione di fare la stessa fine. Era soltanto naturale che cercassero di difendersi, anche se poi l'indipendenza la persero lo stesso sotto il premere dei soldati zaristi. Anche questi ultimi, però, dopo aver pagato un impressionante tributo di sofferenze e sangue nei deserti infuocati e gelati tra Caspio, Aral, Amu Darya e giù giù fino ai confini iraniani.

Il Grande Gioco non ha interessato se non molto marginalmente l'Italia (un po' con la guerra di Crimea, magari, ma da lontanissimo), per cui da noi non se ne sa quasi niente, ma studi e saggi e relazioni e resoconti e memorie e pistolotti e narrazioni di russi e britannici sono autentiche caterve, e se ne aggiungono di sempre nuovi. Tra di essi, un tempo, il probabilmente sopravvalutato Kim di Kipling e, adesso, i saggi giornalistico-storici di Peter Hopkirk e in particolare Il grande gioco, arrivato in libreria in Italia in questi giorni.

Hopkirk è internazionalmente noto come esperto della questione, e nel suo grosso libro passa rigorosamente in rassegna tutto il Grande Gioco sui due fronti contrapposti, dai primordiali tempi di Napoleone e Lord Wellesley (vedi al proposito persino i corruschi romanzoni del soldato Sharpe di B. Cornwell...) Come in ogni partita che si rispetti, alle mosse di Alexander Burns si contrappongono quelle del ”misterioso“ Vitchevich, alle trame del conte Simonich quelle di John McNeill, alle conquiste del generale Kaufman le contromisure del viceré John Lawrence e giù giù, fino a quel George Macartney, console di Kashgar — la cui moglie ci ha lasciato le sue deliziose memorie di dama inglese nel Turkestan [vedi lo ”Speciale“] — nella sua sottile guerra di nervi con il console russo Nikolai Petrovsky. Eccetera eccetera, fino alla fine, dopo oltre un secolo, segnata dallo scoppio della Rivoluzione Sovietica.

A quel punto, nonostante tutto, i russi avevano vinto. L'Asia Centrale era loro e lo sarebbe rimasta per oltre quarant'anni dopo che la Gran Bretagna si sarebbe dovuta ritirare dai possedimenti imperiali governati da Calcutta. Quanto all'Afghanistan, be', continua a non apparire particolarmente morbido nei confronti delle presunte buone intenzioni civilizzatrici di chi viene da fuori.

La più tragica tra le pagine del Grande Gioco fu infatti proprio il tentativo dei britannici di imporre il loro controllo su quell'orgogliosissimo paese usando un fantoccio locale. L'occupazione dell'Afghanistan tra il 1839 e il 1842 si risolse in una disfatta che significò la morte di migliaia di esseri umani, prima a Kabul e poi in più riprese durante la rovinosa ritirata verso il Pakistan. Si sostiene che le truppe occidentali oggi impegnate in Afghanistan userebbero ancora le informazioni raccolte da quei Grandi Giocatori, ma sarebbe forse meglio se i loro governi avessero tenuto e tenessero conto di quanto successo allora, tra il 1839 e il 1842, oltre che naturalmente tra il 1979 e il 1989 sul confine opposto.

L'opera di Hopkirk, pur non di rado carente del presunto fair play britannico nei confronti dell'altro lato della scacchiera — quello russo, troppo spesso presentato come rozzo, malfido e pasticcione, mentre è lecito nutrire più di qualche dubbio —, è tuttavia di straripante e ferrea documentazione e impeccabile nella costruzione: il vero e proprio romanzo (britannico) del Grande Gioco.

[Mario Biondi]