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Un travolgente affresco del nostro Paese  Intervista ad Alessandro Canale

Un bel giorno, alle Terme dell’Anima  Intervista di Valentina Fortichiari a Massimo Gramellini

Realtà deformate  Incontro con Daniela De Prato


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collura.jpg Viaggio sentimentale in Sicilia
Conversazione con Matteo Collura
autore di In Sicilia
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Un viaggio in Sicilia per riscoprire e capire la sua isola. Cominciando da Portella della Ginestra, dove nel 1947 si consumò una strage a opera di Salvatore Giuliano, e proseguendo attraverso Ragusa, Agrigento, Palermo, Calatafimi lungo un itinerario sentimentale che mette in luce le ”irredimibili“ contraddizioni del paese, specchio dell'Italia intera. È la nuova avventura narrativa di Matteo Collura: In Sicilia. Ne abbiamo parlato con lui.


D. La Sicilia. Perché hai sentito - oggi, dopo i tuoi libri precedenti - l'esigenza di questo percorso, di questo ”viaggio sentimentale“? C'è un significato anche temporale?

R. Ho scritto molto sulla Sicilia, è vero, ma non avevo mai affrontato sistematicamente il rapporto tra il paesaggio siciliano e il carattere dei suoi abitanti (rapporto che riguarda anche l'etica, il sentire morale). Anni fa scrissi una guida alla Sicilia meno nota. Quel libro (Sicilia sconosciuta) è un utile strumento per viaggiare nell'isola e cogliere aspetti poco noti dal punto di vista paesaggistico, storico, artistico. In questo nuovo libro - di genere narrativo, tengo a precisare -, la Sicilia si fa ”teatro del mondo“, luogo fatidico dove tutto - nella storia d'Europa - sembra cominciare o finire (o cominciare e finire insieme). In questo teatro reale e metaforico, qual è il ruolo del paesaggio? E davvero la Sicilia è terra ”irredimibile“, a partire proprio dal suo paesaggio come certifica Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo?

D. Modelli d'ispirazione. Una indicazione l'hai data tu stesso : Vittorini, Conversazione in Sicilia.

R. Sui modelli d'ispirazione la risposta è complessa. Sì, Vittorini c'entra, non può non entrarci, ma questo mio libro è stato scritto sessant'anni dopo Conversazione in Sicilia. Io non sono andato alla ricerca di un mito, non sono andato a caccia di lirismi, non ho fatto un viaggio con la Madre. Ho interrogato il paesaggio e gli uomini e le donne che lo abitano. La Sicilia, oltre a rimanere una realtà sociopolitica complessa e problematica, oggi è una sorta di topos letterario, cinematografico, artistico. Ma di tipo folcloristico, indulgente, divertente e divertito. Insomma, a una Sicilia ”simpatica“ io ho tentato di contrapporne un'altra, più vera: stravolta, avvelenata, irritante, ma sempre affascinante e, quel che più conta, ineludibile.

D. Quanto hai dedicato del tuo tempo a un viaggio reale e quanto hai attinto alla memoria personale?

R. In Sicilia è un libro che avevo dentro. Tutto quanto ho appreso in questi miei cinquantotto anni vi è finito dentro, filtrato da quella che Borges definisce ”scienza certa“; quella scienza, cioè, che viene dal conoscere la propria terra, le proprie radici. Il viaggio reale, preparatorio, c'è stato. Ma è stato fatto come alla ricerca delle calviniane città invisibili, sempre presenti nel reale e non meno importanti dell'immediatamente visibile, dell'impatto emotivo, esteriore, epidermico.

D. I Siciliani ”inquilini della storia“. È una definizione singolare, interessante. Nella tua storia personale, nella tua vicenda privata, quanto peso ha avuto la nascita siciliana?

R. Essere ”inquilini della storia“ vuol dire fare i conti con un passato che può farsi incubo, qualcosa di pesantemente condizionante. Se si è nati in una terra come la Sicilia, non ci si può sottrarre alla sua storia, fatta principalmente di conquiste subite, aggressioni, stupri fisici e psicologici. Nel caso della Sicilia il passato impone un confronto che può annientare. Per questo parlo di inquilini della storia bisognosi di uno sfratto. Annullarsi nel presente, farsi omologati consumatori può rappresentare una via di fuga. In alternativa c'è la strada indicata da Pirandello: la follia. Ma attenzione: quella di Enrico IV. Per quanto riguarda la mia nascita siciliana, non credo che essa sia alla base del mio bisogno di scrivere, ma è certo che mi ha influenzato in maniera determinante nella scelta delle tematiche e nello stile.

D. Il libro è ricchissimo di citazioni, c'è un corredo culturale molto importante, sedimentato nella tua memoria.

R. Oltre che una realtà geografica oggettiva, la Sicilia è un prodotto letterario. Non la si può pensare senza chiamare in causa Pirandello, Verga, De Roberto, Brancati, Sciascia. E Tomasi di Lampedusa, lo scrittore che ne ha colto l'anima, l'essenza più intima. Oggi, nella mia piena maturità, posso dire che senza Il gattopardo saprei molto meno della Sicilia. Questo l'ammise anche l'illuminista Sciascia, il quale con Il Consiglio d'Egitto scrisse - così sembrò allora - una sorta di anti-Gattopardo. In realtà, Sciascia non fece che girare intorno a una realtà - presente e storica - da Tomasi di Lampedusa definita ”irredimibile“. Spinto dall'ottimismo della volontà di Sciascia, ho voluto verificare fino a che punto la Sicilia possa dirsi irredimibile. Ma sarebbe ingiusto, da parte mia, citare soltanto autori siciliani. Scrittori come Faulkner, Garcia Marquez, Manuel Scorza, Goethe, Borges, Savinio e cento altri di paesi assai lontani dalla realtà in cui sono nato e in cui adesso vivo, mi hanno aiutato a comprendere meglio la Sicilia e a raccontarla.

D. Come si conciliano, nell'economia del tuo lavoro, la tua doppia attività di scrittore e di giornalista culturale? I due percorsi, i due linguaggi, si integrano, si avvantaggiano?

R. La scrittura giornalistica è diversa da quella letteraria. E così dev'essere, perché il giornalismo, quando non è pura cronaca, è mediazione tra le varie scienze e la cosiddetta opinione pubblica. Pubblicare un libro è un atto di presunzione tale che, se tutti quanti ne avessimo sempre piena consapevolezza, le librerie sarebbero meno intasate. Il giornalismo è servizio. La letteratura è arte. Una difficilissima arte che ci rende più gustosa la vita e ci fa cittadini più consapevoli. Nel mio lavoro tengo presente questa fondamentale distinzione.

D. Come hai lavorato a questo libro, come hai organizzato la materia? Scrivendo appunti, registrando testimonianze, fotografando paesaggi, consultando biblioteche?

R. Guardando come in un film la mia vita, tornando in Sicilia e prendendo appunti. Appunti che, tornato a Milano, mi hanno obbligato a rivederne altri vecchi e dimenticati. Faccio il giornalista da oltre trentacinque anni, in cui ho accumulato una serie infinita di esperienze e di conoscenze. Molte di esse riguardano la Sicilia, quella che viene fuori da questo mio ultimo lavoro.