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Sesso e veleni nell’Urbe  Intervista a Steven Saylor

Una partita a scacchi tra cristiani e musulmani  Intervista a Nerea Riesco

L’altro volto del crimine  Incontro con Ferdinand von Schirach

L’Uruguay in tre generazioni di donne  Intervista a Carolina De Robertis


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moro.jpg La mia vita in cima al mondo
Intervista a Simone Moro
autore di Cometa sull’Annapurna
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Simone Moro, classe 1967, è Guida Alpina, atleta, istruttore federale. Arrampica da 20 anni e ha partecipato a 25 spedizioni alle grandi montagne della terra: Everest, K2, Lhotse, Annapurna e il Mount Vinson, la cima principale del Polo Sud, nel Natale 2002. È attualmente l'unico italiano, insieme a Reinhold Messner, ad avere salito l'Everest (8850 metri) per due volte e dai due versanti opposti. Nel maggio 2001 abbandonò una scalata importante – la salita in successione del Lhotse e dell'Everest – per salvare la vita a un giovane scalatore inglese, Tom Moore, gesto che gli è valso quest'anno la medaglia d'oro al valor civile consegnatali dal presidente Ciampi, il premio Fair Play dell'Unesco e numerosi premi internazionali. Attualmente si trova in Karakorum e fa parte di quella spedizione internazionale che tenterà di salire ininterrottamente e in successione il Nanga Parbat (8125 metri), il K2 (8611 metri) e il Broad Peak (8047 metri), tra le più difficili delle quattordici cime che superano la fatidica quota «8000». Sul suo sito internet www.simonemoro.com si possono seguire quotidianamente gli sviluppi di questa nuova impresa; è poi possibile ascoltare sia sul sito che su Radio 24 la registrazione della telefonata dalla vetta e le situazioni più spettacolari della salita. In Cometa sull'Annapurna, suo primo libro, racconta la spedizione sull'Annapurna del 1997 che è costata la vita ai suoi due compagni di cordata, Anatolij Bukreev e Dimitri Sobolev, e che lo ha visto miracolosamente sopravvissuto. Ne abbiamo parlato con lui.


D. Quando hai scoperto l'amore per la montagna?

R. Era una domenica, mio padre mi portò vicino a Selvino, a fare la mia prima salita su roccia. Avevo 13 anni. Poi mi ha affidato ai pazienti insegnamenti di Alberto Consonni che è stato il mio secondo maestro. Con lui ho fatto le mie prime vie su grandi pareti, le Dolomiti e le montagne intorno a Bergamo. Nell'83 a Cornalba ho conosciuto Bruno Tassi «Camos». Lui è stato il mio terzo maestro, e mi ha introdotto nel mondo dell'arrampicata sportiva. Nel 1988 sono entrato a far parte della Nazionale di arrampicata sportiva, e nel 1992 mi è stato offerto il posto di allenatore. In concomitanza è venuta anche la mia prima spedizione sull'Everest: mi si sono aperti orizzonti nuovi, anche se ho pagato da subito la mia inesperienza. Ho scoperto che veramente l'alta quota fa male. Ho sofferto di una forma iniziale di edema cerebrale perché correvo su e giù senza acclimatamento. Mi sembrava solo difficile fisicamente. Pensavo, una volta tollerato il dolore e la fatica, che il gioco fosse finito. Invece un mattino mi sono svegliato più istupidito del solito, e solo grazie all'aiuto di due compagni che mi hanno aiutato a scendere mi sono ripreso. Lì ho appreso la prima lezione sportiva e di vita, una lezione su come si va in Himalaya.

D. Che ricordo hai di tuo padre?

R. Mio padre ha rappresentato la prima palestra. Era impiegato in banca, ma si alzava tutte le mattine alle sei per allenarsi; aveva una grande passione per il ciclismo, oltre che per la montagna, e ha conquistato il titolo italiano un paio volte. Una persona normalissima e allo stesso tempo eccezionale. Mi ha insegnato tanto, sia dal punto di vista dei valori sia sul piano pratico. Un giorno ci sedevamo a tavola e ci parlava in tedesco, un altro in inglese. Insomma, ha lasciato un segno profondo. Quando avevo quindici anni e mia madre mi dava del pazzo, lui si limitava a dirmi: «Ricorda di continuare a studiare. Guarda me: sono campione italiano e vado comunque al lavoro tutti i giorni».

D. Come hai conosciuto Anatolij Bukreev?

R. L'ho conosciuto nell'ottobre del 1996, tra il Campo I e il Campo II del Shisha Pangma. Batteva la traccia, e gli ho dato il cambio. Quando mi ha raggiunto nella mia tenda al Campo II, mi ha detto: «Grazie per il lavoro di oggi». Uno dei più grandi alpinisti himalayani della storia si era presentato così. Dicendo grazie.

D. Che cos'è successo quel giorno di Natale del 1997 sull'Annapurna?

R. Tra e me e Tolij era nata una grande amicizia, e una grande affinità a livello professionale. Avevamo deciso di tentare la traversata Lhotse – Everest nel '97, che abbiamo dovuto abbandonare per il cattivo tempo. E proprio durante quella spedizione è nata l'idea della salita della parete sud dell'Annapurna in invernale, in due e in stile alpino. Ricordo l'impazienza, l'eccitazione con cui progettammo la spedizione. L'Annapurna era per noi l'occasione di agire, contemplare, pensare, capire e crescere. Il disastro è successo durante una scelta che era una fuga dal rischio. Eravamo al Campo base, e continuava a nevicare: siamo arrivati a 4 metri e 20 di neve, e dalla parete sud venivano giù continue valanghe. Allora abbiamo tentato di arrivare in cima per l'ancora inviolata parete Est dell'Annapurna Fang, un itinerario probabilmente più duro ma più sicuro perché più verticale. La nostra idea era di salire per la parete e, cavalcando la cresta fino alla vetta dell'Annapurna Fang a 7900 metri, arrivare poi in cima all'Annapurna. Ci siamo accorti della cornice, invisibile dal Campo base, quando ormai eravamo a soli 50 metri. Tornare indietro avrebbe significato restare esposti alla sua potenziale caduta per tre giorni. Non restava che andare avanti. Faccio cenno ai miei compagni di avanzare, senza dire una parola visto che bastano le vibrazioni sonore a staccare queste delicate architetture di ghiaccio e neve, e proprio in quel momento la cornice viene giù. Ho fatto un volo di 800 metri...

D. Come hai fatto a salvarti?

R. Non lo so. Ricordo il boato della cornice che si staccava, l'esplosione di ghiaccio e rocce che mi precipitava addosso, gli occhi azzurri di Tolij mentre si rendeva conto di quello che stava succedendo, e poi la sensazione del vuoto mentre precipitavo con la corda tra le mani. Non mi sono fratturato nulla, ma le mani si erano aperte sino all'osso, e non vedevo nulla dall'occhio sinistro perché avevo un ematoma. Poi è nata la sfida per la sopravvivenza.

D. Quest'incidente non ti ha mai fatto pensare di abbandonare l'alpinismo?

R. L'alpinismo, per quanto mi riguarda, è una grande fortuna, non un grande rischio. Facendo questo lavoro per me ogni giorno è come se fosse domenica. Lo è da dieci anni. E credo che la vita vada valutata anche in termini di qualità, non solo di durata. In fondo è vero che la morte arriva sempre come un ladro ed è così per tutti. Fa parte della vita stessa. Io non odio l'Annapurna, anche se accettare la morte di Tolij non è stato facile. Ma se smettessi di scalare, significherebbe che la valanga che è venuta a prendere Anatolij e Dimitri si è presa anche me. L'alpinismo è stato, ed è, il modo per scoprire e amare la vita.

D. Che persona era Anatolij Bukreev?

Era un uomo normale, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Anatolij non era uno che si metteva sulla ribalta, erano proprio i suoi risultati sportivi e soprattutto umani che non riuscivano a passare inosservati. Si potrebbe parlarne a lungo. Un esempio: in alta quota costa tutto, camminare, scalare, montare i campi e costa ancora di più essere altruisti. Anatolij era l'unica persona che preparava da mangiare e mi diceva «mangia che poi mangio io» o che faceva finta di non aver fame e dava da mangiare a me se vedeva che ne avevo bisogno. Si preoccupava sempre di chi gli stava attorno, prima ancora di se stesso.

D. Da lui hai imparato molto?

R. Sì. Anatolij era un grande alpinista, e una grande persona. Lui mi ha insegnato tanto, anche a piangere. Ricordo che una volta mi ha mostrato una foto bellissima che portava sempre con sé in cui lui abbracciava sua madre e mentre me la mostrava piangeva. Ho capito che anche piangere, sentirsi figlio fino al punto di abbandonarsi alle lacrime, è un'esaltazione dell'uomo. La prima volta che qualcuno mi ha visto piangere è stato parlando di lui. Questa è stata la grande lezione di Anatolij: dal punto di vista tecnico sapevo già tutto, da quello umano ho imparato moltissimo. Dopo il salvataggio di Tom Moore, molte persone mi hanno chiesto perché ho abbandonato la salita al Lhotse: salvando Tom ho semplicemente fatto quello che mi hanno insegnato le due persone che più mi hanno fatto crescere, mio padre Franco e Anatolij Bukreev. Una vita umana vale più di una vetta.