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Negli anni Cinquanta una famiglia non precisamente connotata secondo gli schemi del conformismo preferisce lasciare gli Stati Uniti e trasferirsi a vivere all'estero. Strana scelta, per una famiglia statunitense, visto che essa la porta prima in Arabia Saudita e poi in Iran. La famiglia Ward non sa ancora – e del resto non lo sa nessuno – che quest'ultimo paese è destinato a essere definito uno "Stato canaglia". Né sa che per l'Iran degli ayatollah gli Usa diventeranno "Il grande Satana". Ma la vita a Tehran negli anni Sessanta, per chi non viva giù nella parte bassa, popolare, poverissima, è molto signorile, di grande comodità. In pochi minuti, dai 1.500 metri della zona alta – quella elegante, quella ricca – si arriva agli impianti sciistici. Negli splendidi palazzi con parco della classe affluente si svolgono feste magnifiche, le scuole per i figli degli stranieri e per chi se le può permettere, sono di prim'ordine. Ma i fratelli Ward – quattro – crescono, sono destinati a scuole più serie, più competitive; seppure molto a malincuore, la famiglia decide di abbandonare Tehran per tornare negli Stati Uniti. Si lascia alle spalle un pezzo di vita, una di quelle grandi case in mezzo al giardino sotto la montagna, un'intera famiglia di 3 domestici riassunta in un solo nome: Hassan. E sarà per cercare Hassan che i 6 Ward, trent'anni più tardi, effettueranno un'altra scelta perlomeno inattuale per una famiglia statunitense: tornare nello "Stato canaglia", in Iran, e percorrerlo per il lungo. E la storia di Alla ricerca di Hassan, iniziata a Tehran degli anni Sessanta, si conclude a Tehran negli anni Novanta, attraverso Shiraz, Yazd e Isfahan, con una breve tappa nella cittadina di Tudeshk... Di questa straordinaria vicenda abbiamo parlato con chi, dopo averla vissuta ne ha fatto un bellissimo libro, Terence Ward.
D. Com'era diventato questo Iran che avete ritrovato trent'anni dopo? E, soprattutto, com'era diventata Tehran?
R. Il Sud del paese lo visitavamo per la prima volta, quindi non avevamo punti di riferimento precisi. Ma, certo, abbiamo trovato qualcosa di molto diverso da ciò che ci aspettavamo, o da ciò che ricordavamo. Un'alta scolarità, per esempio, con università in cui le donne sono in maggioranza rispetto agli uomini. Il nostro amatissimo Hassan non era mai stato a scuola, lui e la moglie avevano cominciato a lavorare a 6 anni. Ma la loro figlia aveva studiato e si avviava a una brillante carriera pubblica. E questo stato di cose ci ha colpito in particolar modo alla fine del viaggio, nella Tehran "bassa", quella dei poveri, quella che è stata la culla e il braciere della rivoluzione khomeinista. Tutto era cambiato, abbiamo trovato un popolo in una situazione economica molto diversa e con una dignità assai diversa. Mia madre, che si ricordava le cose meglio di tutti, ne era sbalordita.
D. Dobbiamo dunque ritenere che sia giusta l'analisi di chi vede nella situazione attuale dell'Iran una fortissima volontà di superare la ormai lunghissima fase rivoluzionario-religiosa verso una normalizzazione?
R. Senz'altro: normalizzazione verso l'interno e normalizzazione verso l'esterno. Sono convinto che in tutto il tormentato Medio Oriente, il paese maggiormente avviato verso la democrazia sia proprio l'Iran, dove da anni ormai le opposizioni esprimono liberamente le loro opinioni e il loro voto. E le giovani generazioni, saranno fondamentali, in particolare le donne, così apparentemente sottomesse e in realtà indomite e piene di iniziativa.
D. A chi rivolge il messaggio di Alla ricerca di Hassan?
R. A tutti gli uomini di buona volontà, ovviamente, ma soprattutto a chi governa il mio paese ed è accecato dallo spirito di rivalsa e vendetta. Andate a cercare il nemico terrorista dove esso veramente si annida, dico loro.
D. E dove si annida?
R. Alla Mecca, soprattutto, nel cuore non tanto dell'Islam quanto di quell'Arabia Saudita che si professa ed è riconosciuta come uno degli stati più "amici". E nel cuore di un altro paese sedicente "amico": il Pakistan.
D. Ma oltre a trasmettere questo messaggio di amicizia, pace e soprattutto lungimiranza, Alla ricerca di Hassan è allo stesso tempo la bellissima storia di una famiglia tesa a riscoprire il suo passato e un'affascinante racconto di viaggio.
R. Quando si racconta una storia ambientata in Iran, ovvero in Persia, un paese che sta all'origine delle nostre lingue e della nostra cultura, non può essere diversamente. Abbiamo visitato Shiraz, e Shiraz significa insieme grande poesia e grande politica. Hafiz e Sa'adi insieme alla Persepoli di Ciro il Grande, il primo esempio storico di imperatore multinazionale e di luminosa magnanimità umanitaria. Quando conquistò Babilonia – l'odierna Bagdad, si potrebbe dire... –, si comportò con un'umanità che ancora oggi è ricordata alle Nazioni Unite, dov'è conservato come monito il suo sigillo imperiale.
D. E Yazd...
R. La città del Fuoco perenne, la patria del mazdeismo zoroastriano, prima religione veramente monoteista, che in seguito avrebbe trasmesso moltissimo di sé alle religioni monoteiste del nostro tempo. E anche questo attraverso lo straordinario gesto di Ciro che liberò le popolazioni ebraiche in cattività a Babilonia e consentì che tornassero a casa loro per costruirsi il Tempio...
D. E Isfahan...
R. Che cosa dire ancora di questa straordinaria città, capitale dei safavidi e della loro coltissima visione del governo e della storia? Si può soltanto esortare a visitarla, oltre che a visitare tutto l'Iran di oggi.
D. Infine, nelle montagne tra Yazd e Isfahan, il villaggio di Tudeshk...
R. Precisamente. L'ultima traccia che avevamo di Hassan e della sua famiglia. Non sapevamo nemmeno come si scrivesse esattamente, abbiamo faticato parecchio, ma alla fine l'abbiamo trovato.
D. E a Tudeshk avete finalmente trovato la traccia definitiva che portava al vostro Hassan.
R. Sì, adesso vive in pace a Isfahan con la famiglia. Per me, per tutti noi Ward, rappresenta l'Iran nella sua completezza, quello di ieri e quello di oggi, con tutta la sua arguta, profonda cultura popolare.
Intervista a cura di Mario Biondi
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