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"Atahualpa continuò a raccomandare i figli... piangeva mostrando a gesti e a parole che erano piccoli e che lui li stava abbandonando... poi acconsentì a convertirsi, e fu battezzato... (e) mentre gli spagnoli lo circondavano recitando il Credo per la sua anima, fu immediatamente strangolato." Così scrissero i cronisti della conquista spagnola del Perù. Gli Inca riuscirono tuttavia a riparare in un ultimo baluardo, la città di Vilcabamba, dove resistettero ancora trent'anni. Poi, della loro civiltà fu il nulla. Al mito di Vilcabamba sono diretti i cinque personaggi di Verso l'ultima città, romanzo di Colin Thubron, notissimo per i suoi straordinari libri di viaggio nella Russia di Breznev, in Siberia, oltre la Muraglia Cinese, nell'Asia Centrale. Quello verso Vilcabamba è un itinerario dalle cadenze oscure e a tratti terrorizzanti, che diventa un vero e proprio viaggio iniziatico. Mario Biondi ne ha parlato con un amabilissimo Colin Thubron, in questi giorni in Italia per partecipare alla II edizione del Premio Chatwin.
Biondi I cinque turisti in viaggio verso Vilcabamba sono in cerca di se stessi?
Thubron In cerca di se stessi, non saprei. Certo, da quel viaggio cercano di trarre qualcosa. Il seminarista spagnolo, per esempio, cerca in maniera ossessiva espiazione per le colpe dei suoi antenati, il giornalista inglese cerca una storia per vincere l'aridità creativa di cui è preda, e così via.
B. È lei questo giornalista inglese?
T. No. Ma in questi miei personaggi ho senza dubbio trasferito buona parte delle mie angosce nei confronti del mistero che continua a rappresentare per noi la civiltà Inca, con la sua terribile fine.
B. I territori di viaggio che lei preferisce sembrano però essere quelli asiatici o comunque orientali, raccontati in tanti suoi libri.
T. Senza dubbio. Erano — negli anni in cui ho cominciato a visitarli —, il mondo dei nostri "nemici", il mondo di cui "avere paura": gli immensi — misteriosi — spazi della Russia sovietica, della Cina. E io ho cominciato a visitarli proprio per darmi una ragione di questa "paura", per umanizzarli, anzitutto per me stesso e poi, se possibile, per i miei lettori.
B. Già, il mondo di cui "avere paura". Adesso — o qualche anno fa — come nell'antichità. Ma, lasciando perdere il presente e limitandoci all'antichità, alle torri di teschi fatte erigere da Tamerlano hanno fatto da tremendo contraltare le migliaia di mani tagliate dai conquistatori spagnoli.
T. Per gli Inca, il mondo di cui "avere paura" era evidentemente il nostro. O perlomeno quello di nostri immediati vicini, gli spagnoli. Si fatica a crederlo o persino a pensarci, ma è stato così. E non soltanto per gli Inca.
B. Con la differenza, magari, che alle conquiste di Tamerlano hanno fatto seguito il Rinascimento Timuride e la civiltà indiana discesa da Babur. La cultura Inca, invece, è stata annientata e amen. Ma tornando a noi, come mai c'è gente che non può fare a meno di viaggiare e altra che non viaggia affatto? Sarà un problema di DNA?
T. Be', non saprei. Mi chiedo sempre anch'io come sia possibile vivere senza viaggiare, ma c'è tanta gente che non viaggia e sta ugualmente benissimo. Non me ne faccio un problema. DNA? Non credo. Io ho cominciato a viaggiare da bambino per seguire mio padre che lavorava all'estero, come del resto è successo a molti di noi cittadini britannici, spesso funzionari di un impero immenso. Poi non ho più potuto farne a meno.
B. Ci sarebbe comunque da chiedersi come mai gli inglesi abbiano viaggiato (e viaggino) tanto, e altri popoli, invece, no. E io continuo a pensare a qualcosa di simile al DNA. In ogni caso, i suoi viaggi l'hanno in qualche modo cambiata? Le sono serviti a scoprire qualcosa di se stesso, come pare succeda ai personaggi di Verso l'ultima città?
T. Non so se il viaggio possa cambiare il viaggiatore, come molti sostengono, o aiutarlo a scoprire qualcosa di se stesso. Ma non lo credo, al di là del fatto che il viaggio dà certamente una diversa capacità di riflettere, un modo più articolato di guardare la realtà. I personaggi del mio romanzo, però, non desiderano "scoprire" qualcosa "di" se stessi: desiderano "prendere" qualcosa "dal" viaggio, come ho già detto. Comunque la realtà o intensità di questo possibile cambiamento dipende dal tipo di viaggiatore. Bruce Chatwin, per esempio, raccontava in maniera affascinante ciò che vedeva, ma sempre rimanendone distaccato. Lo stesso dicasi per il gelo obiettivo di Paul Bowles. Quanto a Freya Stark, a un giornalista che le poneva la stessa domanda ha risposto con un secco "no". Io mi sento coinvolgere molto di più, ma non credo che i viaggi mi abbiano cambiato.
B. Lei è diventato scrittore perché ha sentito di dover raccontare ciò che vedeva viaggiando, oppure si è messo a viaggiare per avere altre cose da raccontare? Oppure le due cose sono procedute di pari passo?
T. Di pari passo. Ho cominciato a scrivere già da bambino: cose di grande ingenuità, ovviamente, bruttissime. E da bambino ho cominciato a viaggiare. Poi le due attività — scrivere e viaggiare — si sono intrecciate, diventando quasi una cosa unica. Quasi, ripeto, perché in realtà 6 dei miei 19 libri sono romanzi, e soltanto Verso l'ultima città è un romanzo che ha come ambiente e argomento il viaggio.
B. Ha citato Paul Bowles. Ed è interessante, perché nei racconti di ambiente sudamericano da lui scritti si incontrano molte atmosfere simili a quelle di Verso l'ultima città. Il senso panico, l'odore di disfacimento della foresta pluviale, il continuo aleggiare della morte come pericolo reale o come presenza inquietante (gli spiriti degli antenati).
T. Considero Paul Bowles uno scrittore di grande interesse, ma di lui avevo letto soltanto testi ambientati in Africa. Non sapevo che ne avesse scritti anche altri ambientati in Sud America. La similarità di cui parla lei dipende evidentemente dal fatto che tutte quelle sensazioni sono specifiche del Sud America, il viaggiatore non può fare a meno di avvertirle e di esserne colpito.
B. E cambiato, forse? Chissà. Comunque, viaggiato e raccontato il Peru degli Inca, quale sarà il suo prossimo viaggio?
T. Voglio percorrere per intero la Via della Seta, dalla Cina centrale al Mediterraneo, attraverso Kirghizistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Afghanistan settentrionale, Iran e Turchia. Quanto ci vorrà? Quattro mesi, penso.
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