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L'università è un mondo di adulti, ma anche il posto di chi non è ancora uscito dalla scuola (gli studenti) e di chi, ormai, non ne uscirà più (i docenti). Non è strano quindi che ci si trovi a parlare di letteratura per l'infanzia e del suo peso nella crescita emotiva e intellettuale di ogni individuo. Di solito, però, c'è una sfasatura di prospettiva. L'occhio che esamina gli scritti per i bambini o per i giovani adulti è animato da uno spirito, per così dire, anatomico. Favole, romanzi di formazione per piccoli lettori, storie di mostri e di regine, libri, film e fumetti finiscono per essere sezionati, poiché è questo che accade quando si avvia uno studio scientifico. E nella maggior parte dei casi si perde di vista il destinatario del testo: in questo caso, i bambini, i grandi assenti.
Non mi pare sia accaduto questo durante la giornata dedicata alla Children's literature all'Università di Milano, il 10 maggio scorso. Secondo appuntamento organizzato sulla questione da Carlo Pagetti, un veterano del settore e un accademico anomalo e non conformista, il miniconvegno prometteva già bene sulla carta. Nei fatti, è andato anche oltre le aspettative. È chiaro che sono parziale. Lavoro all'Università, Pagetti è stato ed è il mio maestro, e ho appena pubblicato con Salani La fatona, divertendomi enormemente e togliendomi anche qualche sassolino ideologico dalle scarpe a proposito di TV e monopoli. Come studiosa in questo campo ho parecchie defaillances, ma questo mi consente di godermi la scrittura e la lettura evitando lo spirito anatomico al quale alludevo prima. Perciò temo queste occasioni e normalmente le evito: ho paura cioè che mi tolgano il gusto di quello che per me è un piacere dell'esistenza.
Mi è toccato stupirmi. Per una volta, i bambini sono stati davvero al centro del discorso. Il loro universo anarchico e resistente alle regole ha funzionato da cardine nello splendido viaggio di Eric Rabkin (Michigan University) attraverso l'iconografia della letteratura per l'infanzia: un itinerario attraverso visioni stravaganti, animato dall'autentico gusto della narrazione, e da comprensione e rispetto per un mondo che tutti abbiamo conosciuto e da adulti tendiamo a dimenticare. Accanto all'immancabile e inossidabile Harry Potter (Francesca Orestano, Università di Milano), si sono materializzati personaggi meno consueti, saltati fuori a sorpresa dalla fantasia di Angela Carter (Annalisa di Liddo, Università di Milano) o dall'universo fantascientifico di Star Trek (Ilaria Orsini, Università di Milano). Un passo dopo l'altro, senza fatica, si è arrivati anche al topo ben poco disneyano di Michael Hoye. Hermux Tantamoq (Il Tempo non si ferma per i topi) è entrato in scena annusando l'aria, materializzato dal suo creatore, capelli rossi e camicia variopinta, e un'autentica, rispettosa stupefazione di fronte alle meraviglie del mondo dei bambini.
Rimbalzando tra storia e contemporaneità, si è parlato di nazismo (Helga Schneider, Stelle di cannella) e di come la tragedia possa essere trasformata in memoria, personale e collettiva, anche per lettori che con la storia non sembrano ancora capaci di misurarsi. Mauro Panzeri ha aperto la suggestiva pagina della grafica dei libri per l'infanzia, con una leggerezza pari alle scelte felici che ha fatto per tanti libri nella sua attività. E Serena Daniele, con l'energia e la passione che sempre bisogna riconoscerle, ci ha raccontato come sia in concreto il lavoro editoriale sui libri e con gli autori. E nessuno sospettava che potesse essere descritto con tanto entusiasmo.
Alla fine, a regalarci un'ultima magia, è arrivata la fatona, anticonformista e rotondetta, per spiegarci la tv e i suoi vizi, ma anche la sua (della tv) straordinaria potenzialità come narratrice di storie. Si è trovata bene, la fatona, soprattutto perché non sospettava di essere riconosciuta e rispettata in un mondo di adulti. Ha fatto un paio di giochi di prestigio, sette gaffe, e qualche rima. E nel suo modo buffo e saggio ha ripetuto quello che un po' di tempo fa aveva detto una grande, grandissima scrittrice: "Sicuro che è semplice, scrivere per ragazzi. Semplice proprio come allevarli". Forse per questo scrivere letteratura per ragazzi è prevalentemente un mestiere da donne.
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