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Realtà deformate  Incontro con Daniela De Prato


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gandini.am.jpg Quarant’anni di libreria
Conversazione con Anna Maria Gandini
fondatrice della Libreria Milano Libri  


(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)
[La foto è © di Violet Frazer]

C'erano tutti, il pomeriggio del 16 aprile, alla Milano Libri. A poco a poco i tre piani della libreria si sono riempiti e si è riempito anche il marciapiede davanti alle vetrine. Si festeggiava un autore particolarmente famoso, un libro di straordinario successo? No, si brindava ai primi 40 anni della libreria. E gli amici sono accorsi tutti, quelli della primissima ora come quelli di più recente arrivo. I primi hanno ormai i capelli bianchi e un filo di emozione nel ritrovarsi tutti insieme, tra gli ultimi ci sono i nipotini dei primi. Eravamo giovanissimi, allora, quando entravamo timidamente in questa singolare libreria, così diversa dalle altre, nel pieno centro di Milano, di fianco alla Scala. Molti di noi sono diventati nonni e, dopo aver portato lì i figli, hanno poi portato i nipoti. È una grande festa proprio sotto il profilo delle emozioni, del piacere di ritrovarsi insieme, di salutare le fondatrici, felicitarsi con loro, ringraziarle di avere creato quell'ambiente che ci ha fatto diventare amici tra noi e che, prima di una libreria, è un luogo di ritrovo per chi ama leggere, pensare e discutere, uno dei più simpatici della città. InfiniteStorie.it non poteva trascurare l'occasione di parlarne con la fondatrice e direttrice, Anna Maria Gandini. Lo ha fatto Mario Biondi.


D. Anna Maria, eccoci qui. Non posso purtroppo ambire al titolo di amico della primissima ora, anche se lo sono da tanto tempo, quindi molte cose non le so fino in fondo, come non le sanno i visitatori del nostro Portale. Spiegaci com'è veramente andata, in quel 1962.

R. Il 2 aprile, per la precisione. La libreria è nata quasi per caso: nessuna di noi tre aveva precisamente fin da piccola la vocazione a fare la libraia.

D. Spieghiamo chi sono queste "noi tre" fondatrici.

R. Vanna Vettori, Laura Lepetit e io. Avevamo tutte e tre la nostra vita, nel senso che Laura aveva due figli piccoli e io facevo la segretaria di mio padre, direttore del Museo Poldi Pezzoli. Ricordati che era il '62, eri grandicello anche tu, sai come andavano le cose. Le signore della buona borghesia milanese non erano supposte fare un vero lavoro. Mettersi nel commercio, poi... Al massimo una boutique elegante... Ma una di noi tre, cioè Vanna Vettori, lavorava in una libreria che esisteva già, precisamente a questo indirizzo, e si chiamava Milano Libri. Il proprietario desiderava cedere l'attività, e Vanna ci ha portato la notizia. Perché non la rileviamo noi? ci siamo chieste.

D. E lo avete fatto.

R. Già. Noi tre, che ci siamo messe a gestire operativamente la libreria, e un quarto socio, Franco Cavallone, adesso grande notaio ma allora praticante di studio. Eravamo digiuni di tutto, sapevamo soltanto che ci piacevano molto i libri. Devi anche considerare il fatto che, mentre adesso le librerie sono in larga misura dirette o gestite da donne, allora costituivano un universo prettamente maschile. Qui a Milano c'erano Cesarino Branduani, Vando Aldrovandi, eccetera. Autentici miti.

D. Come siete state accolte? Con sussiego?

R. Non precisamente. Però di sicuro con molto distacco, con profezie che non saremmo durate più di qualche mese, come hanno solennemente decretato un paio di rappresentanti di cui non abbiamo voluto comperare i libri e nemmeno "tenerli in sospeso". Molti, però, per fortuna hanno creduto in noi. Avevamo una larga schiera di amici: sono accorsi tutti e a poco a poco ne hanno portati altri, e poi altri ancora. Li hai visti, l'altra sera. Erano tutti ancora qui, dopo quarant'anni.

D. Un bel coraggio, insomma.

R. Forse anche una dose di incoscienza. Ma soprattutto coraggio, sì, se penso che abbiamo scritto una lettera a tutti gli editori spiegando le nostre intenzioni, che non rientravano precisamente nel filone tradizionale della libreria italiana di allora. Volevamo fare qualcosa di diverso. Appartenevamo alla buona borghesia, avevamo le nostre lauree e la possibilità di viaggiare: le librerie straniere -— quelle di Londra, quelle di Parigi — ci sembravano molto diverse da quelle di Milano, a parte pochissime, lodevoli eccezioni.

D. In che cosa consisteva esattamente questa differenza?

R. Qui da noi regnava il libraio che, come un santone, estraeva i libri dagli scaffali e li porgeva come sacre reliquie. Non c'era praticamente esposizione, si vendeva indiscriminatamente di tutto. Non si guardava, non si sceglieva, si chiedeva, bisognava già avere idee precise su ciò che si voleva. Le librerie straniere, invece, in particolare a Parigi — a parte il modo come i libri erano esposti per la libera consultazione —, ci sembrava avessero ciascuna il suo "carattere". La libreria "del cinema", la libreria "del fumetto", la libreria di "arte", e così via.

D. Quindi avete deciso anche voi di "caratterizzare" la vostra.

R. Anzitutto di "caratterizzarla" e poi di "internazionalizzarla", importando i libri dall'estero. Lo facevano in pochissimi. Qui a Milano, per quanto ricordo, soltanto la Hoepli. Quanto alla caratterizzazione, a poco a poco ci siamo venute chiarendo le idee (prima di tutto i bambini, poi il fumetto, l'immagine, il cinema), ma il punto iniziale è stato la "selettività". Certi libri non ci interessavano e non li tenevamo. Volevamo che la gente si ritrovasse nelle nostre scelte culturali. Allora non esistevano le ricerche di mercato — per fortuna, perché altrimenti avremmo forse rinunciato —; è stata una nostra scelta istintiva: volevamo che ai nostri frequentatori piacesse ciò che piaceva a noi, creare un'atmosfera particolare, eravamo convinte che fosse la strada giusta per trasformarli in amici e poi in amici fedeli. Soprattutto parlare con loro. Di libri, ma non soltanto. Pensa che, in un'epoca di sorda battaglia tra i librai per tenersi i clienti, noi indicavamo ai nostri dove andare per trovare libri — anche di ottima qualità, bada bene — che non rientravano nei nostri criteri di scelta e quindi non tenevamo.

D. Una decisione vincente, alla luce di oggi. Ma non sono state di sicuro tutte rose e fiori, subito.

R. Oh, no. Eravamo di un'inesperienza spaventosa. Basti pensare a come avevamo fatto il nostro primo bilancio preventivo. Einaudi aveva annunciato per la fine di aprile l'uscita del Giardino dei Finzi Contini. Allora i best-seller non esistevano, ma questo libro aveva tutte le caratteristiche per diventarlo. I nostri conti di pareggio delle spese -— affitto, luce, telefono eccetera, noi tre lavoravamo gratis — si basavano sulla vendita giornaliera di 60 copie del romanzo di Bassani. Con la poca gente che passava per via Verdi, non ci siamo mai riuscite. Ma a poco a poco, con l'aiuto degli amici, e degli amici degli amici, ce l'abbiamo fatta.

D. Insomma, avete pensato già allora a creare quella che adesso si definirebbe una "community".

R. Precisamente. Ed è stato da questa comunità di amici, per esempio, che è venuta l'ispirazione per quella che sarebbe poi diventata una delle nostre "caratterizzazioni" fondamentali: il fumetto. Un amico era molto appassionato ai Peanuts e doveva farseli venire dall'estero. Ci ha chiesto di importarli noi, per lui e per gli altri appassionati che conosceva. Lo abbiamo fatto, li abbiamo visti, ce ne siamo innamorati. Al punto che ci è venuta un'altra idea temeraria (a mio marito Giovanni, anzitutto): perché non chiediamo i diritti per tradurli e pubblicarli in Italia? Abbiamo scritto un'altra delle nostre letterine (l'ha scritta Neri Carano, che allora ci faceva da direttore) e dopo una settimana eravamo gli editori italiani dei Peanuts.

D. Così è nato il mitico "Linus"...

R. Non subito. Prima, nel 1963, è nato "Il primo libro di Charlie Brown", con un contributo eccezionale, quello di Umberto Eco. Pochi giorni dopo aver ricevuto la concessione dei diritti dei Peanuts, infatti, abbiamo ricevuto una sua visita. Come dirigente della Bompiani aveva scritto anche lui alla Casa editrice americana chiedendo i diritti, ma lo avevamo battuto di un soffio. Altri sarebbero stati seccatissimi — chi eravamo mai noi al confronto con la grande Bompiani? —, lui è diventato il più generoso dei nostri sostenitori. Ha passato sere e sere in casa nostra, con mio marito e Franco Cavallone, a studiare con il lentino le battute dei Peanuts per trovare il giusto tono della traduzione. È una cosa che non dimenticheremo mai.

D. "Linus" è dunque stato il primo figlio della Milano Libri, nel 1965 (vedi caso, in aprile). Ma ce ne sono stati altri.

R. Be', Laura Lepetit ha poi fondato "La Tartaruga". E lo zampino lo abbiamo messo anche nella nascita delle "Emme Edizioni" di Rosellina Archinto, che frequentandoci si è appassionata ai libri stranieri per bambini che importavamo e ha deciso di pubblicarne lei in italiano.

D. Insomma, una presenza davvero bella nel mondo del libro e dell'editoria in questi quarant'anni. Progetti per i prossimi quaranta?

R. Andare avanti così, in compagnia dei nostri amici e con amici sempre nuovi, con cui parlare di libri e di tutte le cose che ci piacciono e interessano. L'unico vero "progetto" è la creazione di un Sito Web, anche se abbiamo ben chiara l'idea che non basta crearlo: bisogna poi saperlo far funzionare in modo che renda un vero servizio a chi lo frequenta. Come facciamo con la libreria.

Auguri!