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Le recensioni-lampo di Cristina Prasso sui film tratti da romanzi

Di seguito sono elencati i circa 160 film tratti da romanzi che Cristina Prasso ha consigliato nella fortunata rubrica curata da luglio 2001 a luglio 2005


  1. 2010 - L'anno del contatto (2010, USA, 1984, 120 minuti) di Peter Hyams. Con Roy Scheider, Helen Mirren, Keir Dullea. Dal romanzo di Arthur C. Clarke. No, non è Kubrick. Ma è un grande film di fantascienza, grazie anche al fatto che il regista ha avuto un controllo creativo totale sull'opera (è anche sceneggiatore - con Clarke -, direttore della fotografia e produttore). Da rivalutare, dimenticando i confronti inutili.
  2. Al di là della vita (Bringing out the dead, USA, 1999, 111 minuti) di Martin Scorsese. Con Nicolas Cage, John Goodman. Da un romanzo di Joe Connelly. Ancora una volta Scorsese è «avanti», supera di slancio i confini tracciati da quei registi che si piccano di descrivere la degradazione urbana (producendo solo operine tanto manieriate quanto violente) e atterra nel regno dei morti, che poi è il nostro mondo, rispecchiato ovviamente nella sua New York. Un'allucinazione potente, talvolta intollerabile, una vicenda dolorosamente morale, uno sguardo lucidissimo e unico.
  3. Amore sublime (Stella Dallas, USA, 1937, 105 minuti) di King Vidor. Con Barbara Stanwick, John Boles. Da un romanzo di Olive Higgins Prouty. Remake del film girato da Henry King nel 1925, è un superbo melodramma, costruito e diretto con mano ferma e recitato con convinzione assoluta. Per chi vuole immergersi in un classico, citatissimo ma raramente visto davvero.
  4. Anna Karenina (Anna Karenina, USA, 1935, 97 minuti) di Clarence Brown. Con Greta Garbo, Frederic March. Dal romanzo di Lev Nikolaevic Tolstoj. Elegante, composta riduzione del celeberrimo romanzo, questo film non si segnala soltanto per la straordinaria performance della Garbo (che adorava il personaggio di Anna), ma anche per la fluidità con cui sceneggiatori e regista sono riusciti a rendere la ricchissima materia tolstojana. Da segnalare alcuni momenti assai incisivi: la «carrellata» iniziale sul tavolo da pranzo, la scena del ballo (di rara perfezione tecnica, per l'epoca) e l'incontro presso la piscina.
  5. Arrivò l'alba (Never let me go, USA, 1953, 95 minuti) di Delmer Daves. Con Clark Gable, Gene Tieney. Da un romanzo di Roger Bax. Bisognerebbe condannare l'intero cast tecnico e artistico di Pearl Harbor a vedere questo film sino allo sfinimento. E non perché sia eccezionale, ma perché colpisce proprio nei punti in cui la megaproduzione fallisce miseramente: una storia solida e non banale, attori sempre in parte, regia funzionale e un adeguato tocco di patriottismo da guerra fredda.
  6. Bande à part (Bande à part, F, 1964, 92 minuti) di Jean-Luc Godard. Con Anna Karina, Claude Brasseur. Da un romanzo di Dolores Hitchens. Come ha scritto il critico Roland-François Lack: «Camera a mano, luce naturale negli esterni, cruda luce artificiale negli interni, incoerenza nella narrazione, 'errori' di montaggio, manipolazione dei suoni, digressioni, citazioni, battute.. Tutte queste caratteristiche ben riconoscibili [di Godard] sono presenti, ma, ormai, fanno parte di uno stile personale, che si evolve all'interno della filmografia di un autore e e non all'interno di uno sforzo filmico collettivo. Bande à part non è solo un altro film della Nouvelle Vague, ma, come i titoli di testa evidenziano anche graficamente è un film di JEAN-LUC CINEMA GODARD.
  7. Barry Lyndon (Barry Lyndon, GB, 1975, 184 minuti) di Stanley Kubrick. Con Ryan O'Neal, Marisa Berenson. Dal romanzo di William Makepeace Thackeray. Nulla è casuale in Kubrick e nulla è fatto per compiacere il pubblico: così il tour de force tecnico che segna questo film (Kubrick costruì addirittura una macchina da presa particolare per girare le celeberrime scene a lume di candela), la sua bellezza apparentemente indecifrabile, il suo sviluppo rigoroso e disascalico sono il portato diretto del suo assunto, che è poi l'assunto di tutti il film di Kubrick: la lotta tra la mente logica e l'istinto, tra la luce accecante e l'ombra profonda che convivono nell'animo umano.
  8. C'era una volta in America (Once upon a time in America, I/USA, 1984, 139 minuti) di Sergio Leone. Con Robert De Niro, James Wood. Da un romanzo di Harry Grey. Regista spesso sopravvalutato, Leone segna con questo film la sua opera più convinta e convincente. Siamo lontani dalla capacità immaginifica di Coppola o dalla limpida visionarietà di Scorsese, ma il tono «trasognato» riesce a far superare gli inciampi di una sceneggiatura un po' farraginosa. Straordinario (soprattutto per un regista italiano) l'uso del sonoro.
  9. Cabaret (Cabaret, USA, 1972, 123 minuti) di Bob Fosse. Con Liza Minnelli, Michael York. Da Addio a Berlino di Christopher Isherwood. Genio del ritmo e del tempo, unghia affilatissima nella carne delle convenzioni morali e sociali, Fosse orchestra e dirige lo spettacolo della vita (ma anche la vita dello spettacolo), riuscendoci così bene da ingannare persino la stolida e bacchettona Hollywood, che gli consegnò ben cinque Oscar: per la regia, la fotografia (Geoffrey Unsworth), la direzione musicale (Ralph Burns), l'attrice protagonista (Liza Minnelli) e l'attore non protagonista (Joel Grey).
  10. Caccia a Ottobre Rosso (The hunt for Red October, USA, 1990, 135 minuti) di John McTiernan. Con Sean Connery,Alec Baldwin. Da un romanzo di Tom Clancy. Cosa importa se Alec Baldwin riesce a togliere qualsiasi nerbo al bellissimo personaggio di Jack Ryan (che infatti sarà in seguito interpretato da Harrison Ford)? Abbiamo comunque John «polso d'acciaio» McTiernan alla regia, uno Sean Connery che conferisce al comandante Marko Raimus i tratti della leggenda, un cast di comprimari tra cui spiccano stelle come Scott Glenn, James Earl Jones e soprattutto Sam Neill, una storia di «guerra sottomarina» tra le più belle mai raccontate. Un film d'azione che regge il confronto del tempo e che, miracolosamente, non ha neppure un istante di pausa. Divertimento ad altissimo livello.
  11. Caccia al ladro (To catch a thief, USA, 1955, 98 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Cary Grant, Grace Kelly. Da un romanzo di David Dodge. Come sempre, per «Hitch», la verosimiglianza è secondaria, l'apparenza inganna, i piani si mescolano. In questo film, una storia piuttosto risibile diventa il prestesto per un esplorazione dello spazio (il mercato dei fiori, l'hotel, la casa del «Gatto», la spiaggia...) e delle emozioni (la paura, il sospetto, l'amore...) Il tutto pervaso da una pungente, magnifica ironia.
  12. Caccia sadica (Figures in a landscape, GB, 1970, 98 minuti) di Joseph Losey. Con Robert Shaw, Malcolm McDowell. Da un romanzo di Barry England. Due uomini, ammanettati l'uno all'altro, stanno disperatamente tentando di sfuggire a un elicottero nero che li insegue. Chi sono quei due uomini? Da dove vengono? Perché qualcuno li insegue? In un film massacrato dai produttori e mai veramente distribuito (eppure anticipa il ben più celebre Duel di Steven Spielberg), Jospeh Losey raggiunge la rarefazione massima del suo cinema rarefatto, basato sull'ambiguità dei personaggi e dei luoghi e su una agghiacciante sensazione d'inutilità. Un capolavoro mutilato ma imperdibile.
  13. Carlito's way (Carlito's way, USA, 1970, 142 minuti) di Brian De Palma. Con Al Pacino, Sean Penn. Dai romanzi Carlito's way e Ore piccole di Edwin Torres. Si sa che, con Brian De Palma, è inutile parlare di convenzioni o di normalità. Figlio lisergico di Alfred Hitchcock (ma anche di Max Ophuls), De Palma è un patologo del cinema, seziona e analizza ogni immagine, caricandola di mille significati. E qui, grazie a uno dei personaggi migliori che mai gli sia capitato di trattare e alla splendida prova di Pacino, si scatena, tracciando una nera parabola di vita cui è impossibile rimanere indifferenti.
  14. Casinò (Casino, USA, 1995, 178 minuti) di Martin Scorsese. Con Robert De Niro, Joe Pesci, Sharon Stone. Dal libro di Nicholas Pileggi. Il denaro e l'amore. Bach e i Rolling Stones. La violenza e la tenerezza. Il potere e la sconfitta. Solo Scorsese poteva fare un film da premesse così ambiziose. E solo Scorsese poteva farne un capolavoro assoluto. Un film che si può vedere mille volte, seguendo ogni volta un percorso diverso: quello dolorosamente tragico di Sam «Ace» Rothstein (De Niro), quello disperatamente coerente di Ginger (Stone), quello cupamente segnato di Nicky Santoro (Pesci), quello implacabile del denaro, quello imprevedibile dell'amore... Il tutto visto attraverso gli occhi di un regista capace di stupire e di mettersi (ancora e sempre) in gioco. Una lezione da imparare, anche se il modello rimane inimitabile.
  15. Come le foglie al vento (Written on the wind, USA, 1956, 100 minuti) di Douglas Sirk. Con Rock Hudson, Lauren Bacall. Da un romanzo di Robert Wilder. «Il cinema è sangue, violenza, amore. E nei film di Douglas Sirk ci sono lacrime, sangue, violenza, amore… Sirk ha detto: 'Non si possono fare film sulle cose, si possono soltanto fare film con le cose, con le persone, con la luce, i fiumi, gli specchi, il sangue... In altre parole con tutte quelle cose meravigliose che rendono la vita degna di essere vissuta'.» Così ha scritto Rainer Wender Fassbinder su Douglas Sirk. Quindi non cercate la verità, in questo film; cercate invece il genio che tenta di dominare la materia della follia e che ci regala un racconto impagabile sull'importanza del «vedere».
  16. Destini incrociati (Random hearts, USA, 1999, 129 minuti) di Sydney Pollack. Con Harrison Ford, Kristin Scott-Thomas. Dal romanzo di Warren Adler. Trascurato all'uscita e presto dimenticato, Destini incrociati è una delle storie d'amore più strazianti e incisive degli anni '90, arricchita da quegli elementi - l'ossessione inarrestabile, la ricerca dolorosa, la normalità infranta - che Pollack ha sempre trattato così bene. Per gran parte del film, tutto scorre sottopelle e l'evoluzione psicologica dei protagonisti viene narrata attraverso piccoli spostamenti emotivi, simili a scosse di assestamento di un terremoto. Poi, allo scatenarsi di un «nuovo» terremoto, ogni cosa cambia... Nel cinema americano, orgoglioso delle sue reboanti maiuscole al neon, un film come questo - che sembra scritto a mano, in lettere minuscole - è una perla da non lasciarsi sfuggire.
  17. Detour (Detour, USA, 1946, 67 minuti) di Edgar G. Ulmer. Con Tom Neal, Ann Savage. Da un romanzo di Martin Goldsmith. Sebbene l'espressionismo non sia arrivato a Hollywood con questo film, il risultato del gioco di ombre e di luci creato da Ulmer è assolutamente superbo. Un risultato psicologico, soprattutto, nel tracciare la discesa agli inferi di un uomo in cui la colpevolezza e l'innocenza si fondono in maniera umanissima. Girato in soli sei giorni - con un budget ridicolo - nel 1993 è entrato nel novero dei «film da salvare» secondo la lista stilata dalla Library of Congress.
  18. Dracula (Bram Stoker's Dracula, USA, 1992, 130 minuti) di Francis Ford Coppola. Con Gary Oldman, Keanu Reeves, Winona Ryder. Dal romanzo di Bram Stoker. Ossessione è la parola chiave per aprire l'universo di Francis Ford Coppola. Qui è l'ossessione dell'amore, trasfigurata nel corpo e nello spirito del Dracula più umano e commovente che si sia mai visto (o immaginato). Ma è anche l'ossessione dello sguardo, la magia del poter vedere la realtà e la maledizione del non poterla vedere. La rilettura è ardita, però Coppola la gestisce da maestro, calando le sue idee in un'orgia di colori e di forme come se fosse stato lui a scoprire il cinema. E fa tutto ciò rimanendo fedele (spesso alla virgola) al romanzo di Stoker. Da vedere e rivedere.
  19. Due settimane in un altra città (Two weeks in another town, USA, 1962, 107 minuti) di Vincent Minnelli. Con Kirk Douglas, Cyd Charisse. Da un romanzo di Irvin Shaw. Seguito ideale di Il bruto e la bella (1952) dello stesso Minnelli, è un film amarissimo sulla decomposizione del cinema o, meglio, del sistema degli Studios. Qui il geniale istinto melodrammatico di Minnelli talvolta va fuori registro, ma le colpe maggiori si devono attribuire alla produzione, che modificò pesantemente l'idea originale del regista. E alcune scene «forti» rimangono comunque indimenticabili.
  20. Duel (Duel, USA, 1971, 90 minuti) di Steven Spielberg. Con Dennis Weaver, Tim Herber. Da un racconto di Richard Matheson.Il film di un bambino che, ricevuta in regalo una telecamera, ne mangiava i pezzi per «capire» come funzionava. Il film di un ragazzo che, avuta finalmente la possibilità di fare cinema, dimostra di aver capito benissimo come funziona la macchina da presa. In questa sfida di 90 minuti tra un uomo (qualsiasi) e una macchina, c'è già tutto Spielberg, fino a A.I. e forse anche oltre.
  21. Duello al sole (Duel in the sun, USA, 1946, 136 minuti) di King Vidor. Con Gregory Peck, Jennifer Jones. Da un romanzo di Niven Busch. Film dalla lavorazione tormentatissima, segnato dagli scontri tra Vidor e il produttore Selznick, ancora oggi colpisce per la sua cupezza emotiva e per l'intensità quasi offensiva dei suoi colori, specchio della torrida passione che sta al centro della storia. La sequenza finale - all'epoca molto contestata - ha influenzato intere generazioni di registi.
  22. El Dorado (El Dorado, USA, 1967, 128 minuti) di Howard Hawks. Con John Wayne, Robert Mitchum. Da un romanzo di Harry Brown. Usando lo stesso schema di Un dollaro d'onore, Hawks accende gli ultimi fuochi del western e li trasforma in leggenda: le rughe di John Wayne rivelano la nostalgia di un tempo che non può ritrovare, il gioco dell'amicizia maschile - fondamentale per Hawks - si colora di amarezza. Ma la mano del regista è, come sempre, sicurissima nella direzione degli attori e nella costruzione della messa in scena. Anche se si dice che Hawks fosse così insoddisfatto di questo film da averlo montato e ri-montato ben dodici volte!
  23. Essi vivono (They live, USA, 1988, 97 minuti) di John Carpenter. Con Roddy Piper, Keith David. Da un racconto di Ray Nelson. Se Carpenter sapesse trattenersi, se fosse consapevole sino in fondo della potenza delle immagini che riesce a produrre, sarebbe uno dei più grandi registi viventi. Lo dimostra questo film, denso di intuizioni geniali, ma minato da un'incoerenza di stile che finisce per indebolirlo.
  24. Eyes wide shut (Eyes wide shut, GB, 1999, 160 minuti) di Stanley Kubrick. Con Nicole Kidman, Tom Cruise. Da Doppio sogno di Arthur Schnitzler. Trasmettere questo film in prima serata - con gli inevitabili tagli e le interruzioni pubblicitarie - è quasi un'offesa. Da vedere - in questa forma - se ci si accontenta di cogliere qualche barlume di genio. Da avere - in videocassetta o DVD - per (provare a) entrare nelle profondità di un cinema che dimostra come l'individuo non abbia speranza di uscire indenne dalle proprie ossessioni. Forse non il migliore film di Kubrick, ma di certo quello più amaro.
  25. Fahrenheit 451 (Fahrenheit 451, GB, 1966, 112 minuti) di François Truffaut. Con Oskar Werner, Julie Christie. Dal romanzo di Ray Bradbury. Tormentatissimo nella lavorazione, massacrato dai critici, era uno dei film meno amati dallo stesso Truffaut. Ma sarebbe bene rivalutarne l'audacia filmica (mai futuro cinematografico è stato così vuoto e alienante, così simile a un presente scarnificato), l'intensità nella rappresentazione dell'amore per i libri e certe scene che hanno sicuramente segnato più di un film successivo (il «pompiere» Montag che legge, l'inseguimento...)
  26. Fantômas contro Fantômas (Fantômas contre Fantômas, F, 1914, 59 minuti) di Louis Feuillade. Con René Navarre, Edmond Bréon. Dai romanzi di Pierre Souvestre e Marcel Allain. Quarto dei cinque film - girati tra il 1913 e il 1914 - su Fantômas. Il titolo originario - Le policier apache - fu modificato per ragioni di censura. Contiene alcune tra le sequenze più efficaci della serie, come quella del «muro di sangue» e del ballo in maschera.
  27. Fantômas (Fantômas - À l'ombre de la guillotine, F, 1913, 54 minuti) di Louis Feuillade. Con René Navarre, Edmond Bréon. Dai romanzi di Pierre Souvestre e Marcel Allain. Primo di cinque film - girati tra il 1913 e il 1914 - è un assoluto capolavoro per inventiva filmica e capacità di «creare» un personaggio capace di affascinare il pubblico (diede persino origine a quello che, forse, è il primo caso di merchandising della storia del cinema). Più onirico dei successivi, ma anche incredibilmente duro e violento per l'epoca.
  28. Finalmente domenica! (Vivement dimanche!, F, 1983, 112 minuti) di François Truffaut. Con Fanny Ardant, Jean-Louis Trintignant. Dal romanzo Morire d'amore di Charles Williams. Un tocco di nero su una storia d'amore, un tocco straniante, Fanny Ardant che sembra la reincarnazione della scatenata Susanna di Howard Hawks... Un raffinatissimo divertimento, quindi, e un ennesimo atto d'amore per la libertà del cinema. L'ultimo film di Truffaut, che morirà un anno dopo.
  29. Fra le tue braccia (Cluny Brown, USA, 1946, 100 minuti) di Ernst Lubitsch. Con Jennifer Jones, Charles Boyer. Da un romanzo di Marjorie Sharp. Il caustico, raffinatissimo maestro della commedia colpisce ancora. Il ritratto sociale che emerge da questo film è tanto divertente quanto corrosivo, ma i personaggi sono animati da una sottile vena di romanticismo che riequilibra il tutto. Viene trasmesso molto raramente: da non perdere.
  30. Fratello, dove sei? (O brother where art thou?, USA, 2000, 102 minuti) di Joel Coen. Con George Clooney, John Turturro. Ispirato all'Odissea di Omero. Nel capolavoro di Preston Sturges I dimenticati (1942), John Lloyd Sullivan, stanco di girare film «leggeri», è ben deciso a portare a termine il progetto di Fratello dove sei?, un film che mira a raccontare le «sofferenze dell'umanità». Per conoscere meglio tali sofferenze, il regista si traveste persino da barbone, ma una serie di sfortunate circostanze lo conducono in carcere, dove scoprirà il potere vitale del sorriso e della risata. Riprendendo il titolo di Sturges, i Coen omaggiano il momento «epico» della commedia americana - innestandoci una robusta dose della loro tipica verve surreale - e rilanciano la possibilità concreta di una storia imprevedibile e straniante, fuori dei binari correnti. E benché il risultato sia discontinuo, il tentativo è assai coraggioso e va comunque apprezzato.
  31. Full metal jacket (Full metal jacket, USA/GB, 1997, 117 minuti) di Stanley Kubrick. Con Matthew Modine, R. Lee Ermey. Da un romanzo di Gustav Hasford. Quanto a lungo si può fissare il male? Un film intero è troppo, dice Kubrick. E allora taglia la sua opera a metà, rendendo così ancora più efficace la sua parabola sulla vera origine del dolore e della spersonalizzazione. E ci spiega che, in fondo, siamo tutti come il soldato Joker, che porta sull'elemetto la scritta Born to kill e sul petto il simbolo della pace.
  32. Giardini di pietra (The gardens of stone, USA, 1987, 112 minuti) di Francis Ford Coppola. Con James Caan, Anjelica Huston. Da un romanzo di Nicholas Proffitt. Sono passati quasi dieci anni da Apocalypse Now. Basta Vietnam, dunque? Niente affatto, perché rimane comunque da raccontare l'altra faccia dello specchio, la vita di quelli che stanno a casa, anzi di quelli che stanno ad Arlington, al più importante cimitero militare degli USA. Il dolore riflesso, lo strazio femminile, la consapevolezza impotente, l'assenza... Ancora una volta, e con grande forza, Coppola ci rivela la sua capacità più alta: quella di raccontare i percorsi dei sentimenti umani, delle illusioni che fanno vivere o che spingono a cercare la morte.
  33. Giorni perduti (The lost weekend, USA, 1945, 101 minuti) di Billy Wilder. Con Ray Milland, Jane Wyman. Da un romanzo di Charles R. Jackson. Allucinato eppure drammaticamente realistico, è ancora oggi un ritratto perfetto della disperazione generata dall'alcolismo. Le carte vincenti sono l'ambientazione - una New York cupa e distaccata -, la sceneggiatura - dello stesso Wilder e di Charles Brackett - che tiene tutto sotto controllo e Ray Milland, mai più così incisivo. Quattro Oscar - al film, al regista, alla sceneggiatura e al protagonista - e premio sia a Billy Wilder sia a Ray Milland al primo Festival di Cannes.
  34. Giungla d'asfalto (The asphalt jungle, USA, 1950, 134 minuti) di John Huston. Con Sterlyn Hayden, Louis Calhern. Da un romanzo di W.R. Burnett. Tutto il rigore di John Huston, supportato da un cast in cui spicca Sterling Hayden (forse l'attore più sottovalutato del cinema americano) e dalla magnifica fotografia in bianco e nero di Harold Rosson. Fondamentale per capire l'evoluzione del genere noir.
  35. Gli uccelli (The Birds, USA, 1963, 120 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Rod Taylor, Tippi Hedren. Da un racconto di Daphne du Maurier. La teoria della paura prende corpo filmico. Per afferrare l'incredibile maestria di questo regista, basta ricordare la celeberrima sequenza della scuola, che dimostra come la messa in scena di Hitchcock non sia mai lineare, ma lavori sempre sulla successione delle immagini intese nel loro rapporto con le attese e i desideri dello spettatore (in questo caso, noi "vediamo" gli uccelli, mentre la protagonista li ignora... e da questo nasce la suspense). Un curiosità: il film non ha colonna sonora, a eccezione dei suoni creati da Oskar Sala con uno strumento elettronico chiamato mixtrautonium, e del canto dei bambini (sempre nella scuola).
  36. Gli uomini preferiscono le bionde (Gentlemen prefer blondes, USA, 1953, 95 minuti) di Howard Hawks. Con Marilyn Monroe, Jane Russell. Dal romanzo di Anita Loos. Film più citato - spesso a sproposito - che visto, è unostrano oggetto rutilante e fuori degli schemi (basti la sequenza iniziale, con la sgargiante serie di rossi, neri e blu), indimenticabile per la sua intrinseca follia e per la pungente descrizione del rapporto tra i sessi.
  37. Hellraiser (Hellraiser, GB, 1987, 94 minuti) di Clive Barker. Con Andrew Robinson, Clare Higgins. Dal romanzo di Clive Barker.Sì, ormai è un po' invecchiato, ma i Supplizianti (Cenobites, in inglese) rimangono una delle invenzioni filmiche più terrorizzanti di tutti i tempi e contribuiscono a creare un universo unico, che mozza il respiro, permeato d'incubo e di dolore.
  38. Ho camminato con uno zombie (I walked with a zombie, USA, 1943, 86 minuti) di Jacques Tourneur. Con Frances Dee, Tom Conway. Ispairato a Jane Eyre di Charlotte Brontë. "La cosa che più spaventa è il buio", diceva Kirk Douglas-Jonathan Shields nel magnifico Il bruto e la bella (1952) di Vincente Minnelli, uno dei miglior film sul cinema mai realizzati. E quella frase probabilmente era scritta a lettere cubitali nell'ufficio del produttore Val Lewton, maestro nel costruire atmosfere di puro terrore con pochissimi mezzi. Ma il capolavoro lo crea soprattutto Tourneur, che usa quelle quelle atmosfere per creare un'inquietante quadro della mente umana.
  39. I cavalieri del Nord-Ovest (She wore a yellow ribbon, USA, 1949, 105 minuti) di John Ford. Con John Wayne, Joanne Dru. Dai racconti War party e The big hunt di James Warner Bellah. Unico film della cosiddetta «Cavalry Trilogy» [completata dal Massacro di Fort Apache (1948) e da Rio Bravo (1950)] a essere girato a colori, è considerato da alcuni forse un po' troppo sentimentale e malinconico. Ma la potenza epica dei personaggi - John Wayne e Victor McLagen su tutti - lo riscatta adeguatamente. Oscar al direttore della fotografia, Winton C. Hock: mai più la Monument Valley sarà rappresentata con tanta partecipazione emotiva.
  40. I gioielli di Madame de... (Madame de..., I/F, 1953, 104 minuti) di Max Ophuls. Con Danielle Darrieux, Vittorio De Sica. Da un romanzo di Loiuse de Vilmorin. Difficile trovare un film più bello e crudele di questo, che ha il coraggio di raccontare l'amore e la disperazione, la passione e la tragedia attraverso i dettagli, le piccole cose insignificanti. Bastano due orecchini - come a Otello bastava un fazzoletto e alla protagonista della Donna che visse due volte una collana - per rovesciare un mondo, per mutare la vita in morte. E su questo ricamo, che andrebbe visto e rivisto per coglierlo in pieno, vola la macchina da presa di Ophuls, libera di avvolgere i protagonisti in piani sequenza travolgenti. Non stupisce affatto che Welles e Kubrick guardassero a questo cineasta come a un assoluto maestro.
  41. I migliori anni della nostra vita (The bst years of our life, USA, 1946, 172 minuti) di William Wyler. Con Fredric March, Myrna Loy. Da un romanzo di MacKinlay Kantor. Classicissimo film sul dramma - umano - della guerra e sui problemi dei reduci, raggiunge un delicato e apparentemente impossibile equilibrio grazie alla fotografia limpida e stilizzata di Greg Toland e alla «mano realistica» del sottovalutato William Wyler. Il cinico, sprezzante Billy Wilder sosteneva di non riuscire a guardare questo film senza sciogliersi in lacrime. Sette Oscar: film, regia, attore protagonista (Fredric March) e non protagonista (Harold Russell), montaggio, sceneggiatura non originale e musica.
  42. I protagonisti (The player, USA, 1962, 124 minuti) di Robert Altman. Con Tim Robbins, Greta Scacchi. Dal romanzo di Michael Tolkin. Attenzione alle staffilate, perché Robert Altman, come sempre, non castiga soltanto i carnefici (nella fattispecie quelli che, a Hollywood, fanno il bello e cattivo tempo cinematografico), ma anche le (presunte) vittime (cioè gli spettatori). Sotto il divertentissimo gioco di citazioni, e grazie anche ad alcune stupefacenti prove d'attori, ci ritroviamo davanti un mondo senza neppure un briciolo di speranza, senza neppure il barlume di un futuro migliore. Il nostro mondo, insomma, filtrato attraverso la lente di uno dei pochissimi registi contemporanei che ancora - per nostra fortuna - si ostina a girare commedie morali.
  43. I tre giorni del condor (Three days of the condor, USA, 1975, 120 minuti) di Sydney Pollack. Con Robert Redford, Faye Dunaway. Dal romanzo di James Grady. Forse uno dei film più belli di un regista che si è sempre mosso con discrezione e abilità nel solco dei generi classici, tracciando storie che hanno come protagonisti uomini e donne segnati dalla sconfitta e dalla disillusione. Un autore singolarmente sensibile - in senso sia visivo sia emotivo - e assolutamente da rivalutare.
  44. Il braccio violento della legge (The french connection, USA, 1971, 105 minuti) di William Friedkin. Con Gene Hackman, Fernando Rey. Da un romanzo di Robin Moore. I cinque Oscar - film, regia, attore protagonista, montaggio, sceneggiatura non originale - sono quasi pochi per un film che, ancora oggi, sorprende per la terribile, raffinatissima ambiguità, per le scene d'azione incredibilmente realistiche e per un'orchestrazione pressoché perfetta. Gene Hackman, poi, è semplicemente immenso.
  45. Il buio nella mente (La cérémonie, F/D, 1995, 111 minuti) di Claude Chabrol. Con Isabelle Huppert, Sandrine Bonnaire. Da un romanzo di Ruth Rendell. Se non conoscete Ruth Rendell e Claude Chabrol, questo è un buon film per innamorarvi di entrambi. La prima v'incanterà per la tagliente leggerezza delle sue storie e per la sua capacità di scrutare sino in fondo (e senza tremare) gli impulsi più inconfessabili dell'animo umano; il secondo vi sedurrà con le sue immagini «minimaliste», logiche e precise, indifferenti alle leggi della spettacolarità eppure quasi ipnotizzanti. Da vedere e rivedere.
  46. Il caro estinto (The loved one, USA, 1965, 123 minuti) di Tony Richardson. Con Robert Morse, Dana Andrews. Dal romanzo di Evelyn Waugh. C'era una volta un popolo (inglese) che non voleva favolette consolatorie e, sebbene in trasferta hollywoodiana, sapeva regalarci film come questo: serrato, pungente, macabro senza compiacimento, travolgente. Quel popolo oggi si accontenta di Quattro matrimoni e un funerale e non sa più che cos'è l'ironia. Peccato, perché Tony Richardson - regista dimenticato dai più - aveva un tocco di classe impareggiabile e una mano fermissima anche nel raccontare - con feroce sarcasmo - la morte.
  47. Il colore dei soldi (The color of money, USA, 1986, 119 minuti) di Martin Scorsese. Con Paul Newman, Tom Cruise. Da un romanzo di Walter Tevis. Film «preparatorio» a quel capolavoro assoluto che è Casinò, tesse con la consueta abilità scorsesiana i fili lasciati liberi da Lo spaccone (grazie anche alla sceneggiatura dello scrittore Richard Price) e delinea con spietata precisione i rapporti e le pulsioni delle varie età della vita. A suo tempo venne considerato un prodotto «alimentare», ma, rivisto oggi rivela una grande energia creativa.
  48. Il conte di Essex (The Private Lives of Elizabeth and Essex, USA, 1939, 106 minuti) di Michael Curtiz. Con Bette Davis, Errol Flynn, Olivia de Havilland. Dal romanzo Elizabeth the Queen di Maxwell Anderson. La «Regina Vergine» come l'abbiamo sempre immaginata: altera, energica e... con gli occhi di Bette Davis. Una garanzia per chi ama le storie più vere della Storia.
  49. Il diavolo è femmina (Sylvia Scarlett, USA, 1935, 95 minuti) di George Cukor. Con Katherine Hepburn, Cary Grant. Da un romanzo di Compton MacKenzie. Doverosissimo e raffinato omaggio alla Hepburn in uno dei suoi film meno conosciuti dal pubblico italiano: una storia stravagante e ironica, in cui l'attrice si trova perfettamente a suo agio, anche grazie alla vicinanza con un fascinoso Cary Grant. Disprezzato all'uscita - troppo moderno e audace - il film deve la sua efficacia anche al tocco elegante (e notoriamente «femminile») di George Cukor, uno dei registi più amati dalla Hepburn (nonché uno dei pochi con cui andasse d'accordo).
  50. Il disprezzo (Le mépris, F/I, 1963, 103 minuti) di Jean-Luc Godard. Con Michel Piccoli, Brigitte Bardot. Dal romanzo di Alberto Moravia. Carlo Ponti lo sfigurò, cambiando addirittura le musiche e sconvolgendo la pluralità linguistica del film (nella versione italiana, l'interprete traduce dall'italiano... all'italiano). Una riflessione-provocazione sulla mitologia del cinema, sul cinema costruttore di miti, sui miti originari (l'Odissea) creatori di cinema. E, su tutto, sta sospesa la frase di Louis Lumiére, ben in vista nella scena ambientata nella saletta di proiezione: «Il cinema è un'invenzione senza avvenire».
  51. Il dolce domani (The sweet hereafter, Canada, 1997, 112 minuti) di Atom Egoyan. Con Ian Holm, Peter Donaldson, Bruce Greenwood. Dal romanzo di Russell Banks. Un perfetto esempio di equilibro fra tecnica ed emozione: un film dolente, che scopre le pieghe più nascoste del dolore, «raggelato» dall'uso straniante dello spettacolare Cinemascope. Premio speciale della giuria al Festival di Cannes 1997..
  52. Il dottor Stranamore: ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove or: how I learned to stop worrying and love the bomb , GB, 1964, 98 minuti) di Stanley Kubrick. Con Peter Sellers, George C. Scott, Sterling Hayden. Da un romanzo di Peter George. Da dove cominciare? Dall'ironia al vetriolo? Dal pessimismo assoluto, senza neppure una stilla di speranza? Dal braccio «nostalgico» di Peter Sellers? Dai «fluidi vitali» di Sterling Hayden? Ogni elemento meriterebbe pagine e pagine. Scegliete voi. Ma attenti: non vi basterà un'unica visione per apprezzare sino in fondo la genialità dispiegata in questo film e soprattutto la sua lucidità.
  53. Il falso magistrato (Le faux magistrat, F, 1914, 70 minuti) di Louis Feuillade. Con René Navarre, Edmond Bréon. Dai romanzi di Pierre Souvestre e Marcel Allain. Ultimo dei cinque film - girati tra il 1913 e il 1914 - su Fantômas. Forse è il meno convincente della serie, ma presenta alcune sequenze formidabili, come quella in cui una pioggia di sangue e gioielli scende sulla gente radunata in una chiesa.
  54. Il fiume rosso (Red river, USA, 1948, 128 minuti) di Howard Hawks. Con John Wayne, Montgomery Clift. Da un racconto di Borden Chase. Non è un caso che la vita del piccolo cinema di provincia dell'Ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich termini proprio con la proiezione del Fiume rosso. Distillato degli elementi peculiari del western - gli spazi infiniti, l'amicizia maschile, la terra selvaggia, il contrasto tra passato e presente -, questo film, grazie a Howard Hawks, diventa infatti anche un canto epico e umanissimo, melanconico e sofferto, sulla difficoltà di vivere e di sopravvivere. Da vedere o ri-vedere anche perché fortunatamente proposto in versione originale con sottotitoli.
  55. Il generale Della Rovere (I/F, 1959, 133 minuti) di Roberto Rossellini. Con Vittorio De Sica, Hannes Messemer. Da un racconto di Indro Montanelli. Girato in soli due mesi, con uno stile limpido ed essenziale (lunghi piani sequenza), non è uno dei grandi film rosselliniani, ma la sua asciuttezza, l'eccezionale interpretazione di Vittorio De Sica e lo sguardo «personale» sulla Resistenza ne farebbero comunque un punto di riferimento per chiunque volesse cimentarsi con questo tema. Putroppo non è stato così.
  56. Il gigante (Giant, USA, 1956, 201 minuti) di George Stevens. Con Rock Hudson, Elizabeth Taylor, James Dean. Da un romanzo di Edna Ferber. Holllywood, consapevole che sarebbe stata una delle sue ultime occasioni, celebra se stessa nel modo più sfarzoso possibile. Un film davvero gigantesco, per impegno produttivo, per ambizioni «morali» (il peso della ricchezza, la perdita degli affetti, la dialettica tra le classi sociali), per cast e location. Il risultato, poi, si è colorato di leggenda dopo la scomparsa di James Dean (morto in un incidente automobilistico prima della fine delle riprese). Un film-statua, magnificamente crepuscolare. Ben lo ha capito Robert Altman quando lo omaggia in uno dei suoi film più belli e sottovalutati, Jimmy Dean, Jimmy Dean.
  57. Il grande amore (The old maid, USA, 1939, 95 minuti) di Edmund Goulding. Con Bette Davis, Miriam Hopkins. Da un romanzo di Edith Wharton. Il più classico film di attori, si direbbe, con una superba performance di Bette Davis, che riesce a «invecchiare» in modo assai credibile. Ma è soprattutto uno dei migliori esempi di quei film scelti e curati in ogni aspetto dal produttore (in questo caso Jack L. Warner): solidi, compiuti, perfetti in ogni senso. E chi spaccia queste caratteristiche con la banalità e con la prevedibilità, non sa che cos'è il cinema.
  58. Il lungo addio (The long goodbye, USA, 1973, 112 minuti) di Robert Altman. Con Elliott Gould, Sterling Hayden. Dal romanzo di Raymond Chandler. Elliott Gould è assai lontano dal Cary Grant che Chandler vedeva come Marlowe cinematografico ideale, ma incarna benissimo le intenzioni di Altman: amalgamare l'eleganza col grottesco, la smorfia con il dolore. E il risultato è straordinario.
  59. Il maratoneta (Marathon man, USA, 1976, 120 minuti) di John Schlesinger. Con Dustin Hoffman, Laurence Olivier. Dal romanzo di William Goldman. Ricordato spesso per l'agghiacciante sequenza della tortura, è in realtà un film che inquieta e "disturba" in ogni scena, grazie a una costruzione perfetta in cui la tensione si amalgama con l'ambiguità, creando un insieme mozzafiato. L'Oscar come migliore film dell'anno fu assegnato a Rocky (benché in lizza ci fosse Taxi driver!) e, dei due straordinari interpreti, Oliver fu soltanto nominato come attore non protagonista. E tutto ciò la dice lunga sulla miopia di Hollywood degli anni '70...
  60. Il massacro di Fort Apache (Fort Apache, USA, 1948, 92 minuti) di John Ford. Con Henry Fonda, John Wayne. Dal racconto Massacre di James Warner Bellah. Primo film della cosiddetta «Cavalry Trilogy» [completata da I cavalieri del Nord-Ovest (1949) e da Rio Bravo (1950)] è sicuramente il più epico e «nobile». Grandi caratterizzazioni maschili - Henry Fonda svetta su tutti -, imbevute di lealtà e coraggio, ma anche di cupe contraddizioni.
  61. Il mio viaggio in Italia (I/USA, 1999, 246 minuti) di Martin Scorsese. Seconda lezione di Scorsese sul cinema e stavolta è il nostro cinema, quello italiano. Come già accadeva per Un viaggio nel cinema americano secondo Martin Scorsese, si tratta di un'opportunità unica per chiunque affronti la sfida della narrazione, sia come lettore/spettatore sia come creatore. La profondità dell'analisi di Scorsese, la sua intelligenza filmica, l'incisività dei suoi commenti rendono questo documentario più prezioso di qualsiasi corso.
  62. Il padre della sposa (Father of the bride, USA, 1991, 105 minuti) di Charles Shyer. Con Steve Martin, Diane Keaton, Martin Short. Dal romanzo di Edward Streeter. Sì, si può fare un bel remake, anche se alle spalle ci sono mostri sacri come Vincente Minnelli, Elizabeth Taylor e Spencer Tracy. Basta prendere un ottimo cast (soprattutto nei caratteristi: la performance di Martin Short è indimenticabile), adeguare la storia quanto basta e non sforzarsi a tutti i costi di «migliorarla». E proprio perché sceneggiatore e regista sono stati onesti, il risultato è piacevole e convincente. L'unico neo, per noi, è il doppiaggio che purtroppo toglie nerbo a tutte le caratterizzazioni.
  63. Il padrino (The Godfather, USA, 1972, 178 minuti) di Francis Ford Coppola. Con Marlon Brando, Al Pacino, James Caan. Dal romanzo di Mario Puzo. Sono passati più di trent'anni, ma questo film non ha perso nulla del tremendo impatto che ha dimostrato di possedere all'epoca della sua uscita. Merito probabilmente di un cast tra i più riusciti della storia del cinema, ma sicuramente merito di Coppola, che disegna nuove, impreviste prospettive del film di gangster con una capacità visionaria e una sicurezza di realizzazione che non si vedevano dai tempi di Scarface di Howard Hawks, cioè dal 1932.
  64. Il piacere (Le plaisir, F, 1951, 95 minuti) di Max Ophuls. Con Danielle Darrieux, Pierre Brasseur. Da tre racconti di Guy de Maupassant. Truffaut diceva di Ophuls: «La sua profondità si nasconde dietro la superficialità». E basta guardare questo film per capire quanto sia vero. Un crudele minuetto di storie d'amore raccontato con eleganza suprema e totale controllo della materia narrativa, raccontato con piani sequenza mozzafiato. Uno dei film preferiti di Stanley Kubrick (e non a caso).
  65. Il pistolero (The shootist, USA, 1976, 92 minuti) di Don Siegel. Con John Wayne, James Stewart. Da un romanzo di Glendon Swarthout. Glorioso, imponente tramonto di un'epoca, di un modo di recitare e di girare film. La data dice tutto: il western classico è morto da un pezzo, John Wayne morirà di lì a poco. Ma la robustezza della regia tiene tutto sotto controllo: sarebbe ora di rivalutare davvero Don Siegel.
  66. Il ritratto di Jennie (Portrait of Jennie, USA, 1948, 87 minuti) di William Dieterle. Con Jennifer Jones, Joseph Cotten. Da un romanzo di Robert Nathan. Singolarissimo e quasi dimenticato film, sospeso tra realtà e immaginazione, con effetti speciali straordinari per l'epoca (e infatti vinsero un Oscar) che avvolgono di un'aura magica New York e Cape Cod. Attenzione all'ultima scena, in cui il film, in bianco e nero, «miracolosamente» si colora...
  67. Il romanzo di un baro (Le roman d'un tricheur, F, 1936, 77 minuti) di Sacha Guitry. Con Sacha Guitry, Pierre Assy. Dal romanzo di Sacha Guitry. Convinto che il cinema fosse più simile al romanzo che al teatro, Guitry realizza un'opera interamente «guidata» dalla voce fuori campo del protagonista, una specie di film muto che fonda però la sua efficacia sulla parola. E riesce nell'impresa grazie a un'ironia tagliente, a un ritmo scanzonato e a un'abilissima messinscena.
  68. Il signore degli anelli: la compagnia dell'anello (The lord of the rings: the fellowship of the ring, USA/NZ, 2001, 170 minuti) di Peter Jackson. Con Elijah Wood, Ian McKellen. Dal romanzo di J.R.R. Tolkien. Come hanno dimostrato gli Oscar 2004, i film della trilogia vanno considerati un'unica opera, ma l'efficacia della titanica operazione di Jackson è già ben evidente in questo primo episodio. Al di là delle obbligatorie «compressioni» della storia, Jackson è infatti rimasto fedelissimo a Tolkien, conservando sullo schermo la dimensione mitica della vicenda e ricreando tuttavia un universo credibile e umanissimo. Eccezionali sono però anche le ricostruzioni più segnatamente magiche, distillate da un'attenta visione dei migliori esempi di cinema fantastico.
  69. Il signore degli anelli: le due torri (The lord of the rings: the two towers, USA/NZ, 2002, 170 minuti) di Peter Jackson. Con Elijah Wood, Ian McKellen. Dal romanzo di J.R.R. Tolkien. Sontuosa seconda tessera della trilogia, ovviamente necessaria per tirare le fila e per «scavare» i personaggi, ma, in qualche modo, meno fluida della prima parte e più convenzionale della terza. Però non ci si inganni: la mano di Jackson guida con piglio efficacissimo l'episodio più difficile, quello su cui sarebbe stato assai facile cadere, grazie a una consapevolezza estrema dell'immaginario tolkeniano (e no) e a un'ammirevole economia di sceneggiatura.
  70. Il sospetto (Suspicion, USA, 1941, 98 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Cary Grant, Joan Fontaine. Da un romanzo di Anthony Berkeley. La copia italiana è quella che è, ma l'ambiguità del personaggio di Johnny - un Cary Grant in un ruolo insolito, ma perfettamente in parte - mantiene intatta la sua violenza. Film-chiave per capire i temi fondamentali di Hitchcock: l'inganno dell'apparenza, la paura come fantasma onnipresente, la fragilità dell'animo umano. Abbondantemente (e abilmente) saccheggiato da Robert Zemekis in Le verità nascoste.
  71. Il villaggio dei dannati (The village of the damned, GB, 1960, 80 minuti) di Wolf Rilla. Con George Sanders, Barbara Shelley. Da un romanzo di John Wyndham. Budget quasi inesistente, horror ai massimi livelli. Prima della Notte dei morti viventi, il film che più ha influenzato i registi che si sono avvicinati al genere. Semplicissimo, lineare, con una fotografia gelida e attori adeguati. E' interessante pensare che nello stesso anno, dall'altra parte dell'oceano, Hitchcock stava girando Psycho...
  72. Incontriamoci a Saint Louis (Meet me in Saint Louis, USA, 1944, 115 minuti) di Vincente Minnelli. Con Judy Garland, Margaret O'Brian. Da un romanzo di Sally Benson. Non v'interessano i musical? Volete solo film realistici? Forse allora questo film non fa per voi. Tutto è assolutamente astratto e idealizzato (ben al di là di ogni possibile astrazione e idealizzazione «da musical»), leggero ed evanescente, falso come il Technicolor della sua fotografia. Ma vedetelo lo stesso per ammirare il dominio assoluto della macchina da presa di Vincente Minnelli quando passa dal giardino coperto di neve all'interno della casa in un unico, fluido movimento o quando avvolge in una suggestiva, magica ombra la nascita dell'amore...
  73. Io ti salverò (Spellbound, USA, 1945, 114 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Ingrid Bergman, Gregory Peck. Da un romanzo di Francis Beeding. La cosa più difficile - e affascinante - per un regista non è inventare qualcosa di nuovo, ma lavorare all'interno del genere, modificandolo e modellandolo in maniera inattesa. E questo film, seppure poco amato dalla critica e dallo stesso Hitchcock, dimostra quanto in profondità si possa andare con tale lavoro: nella convenzionale struttura gialla, il regista inserisce infatti con abilità una serie di elementi simbolici e psicanalitici che spiazzano lo spettatore, costringendolo a riflettere su ciò che sta vedendo e a interpretarlo. Indimenticabile la sequenza del sogno (su disegni di Dalí) e l'inquietante, sorprendente finale.
  74. It happened one night (Accadde una notte, USA, 1934, 105 minuti) di Frank Capra. Con Claudette Colbert, Clark Gable. Dal racconto Night Bus di Samuel Hopkins Adams. La commedia romantica per eccellenza, la commedia dell'America post-Depressione, la prima commedia hollywoodiana «on the road»... Le definizioni sono innumerevoli, la realtà è una sola: un capolavoro. Dialoghi perfetti, una storia che ha fatto epoca e un cast straordinario. Guardatelo e divertitevi poi a cercarne le (innumerevoli) tracce nelle commedie contemporanee...
  75. Juha (Juha, Finlandia, 1999, 80 minuti) di Aki Kaurismaki. Con Sakari Kuosmanen, Kati Outinen,. Da un romanzo di Juhani Aho. Soltanto Kaurismaki poteva concepire un'idea così stramba: girare l'ultimo film muto del secolo. E soltanto lui poteva renderla convincente, riversando in questo film, con amore e partecipazione, tutto il cinema che ha segnato la sua vita: da Drayer a Russ Meyer, da Welles a Sam Fuller. Il risultato è un film rigoroso e modernissimo, ironico e dolente.
  76. Jules e Jim (Jules et Jim, F, 1961, 110 minuti) di François Truffaut. Con Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre. Dal romanzo di Henri-Pierre Roché. Il cinema e l'amore (e l'amore al cinema) finalmente si liberano dalle convenzioni. Un film da (ri)guardare per assistere alla straordinaria comunione tra tecnica e poesia e per continuare a stupirsi - dopo quarant'anni - della sua modernità. Dopo Jules e Jim il rapporto tra uomo e donna, al cinema, è cambiato per sempre.
  77. L'angelo del male (La bête humaine, F, 1938, 101 minuti) di Jean Renoir. Con Jean Gabin, Simone Simon. Dal romanzo La bestia umana di Émile Zola. "Il romanzo di Zola si ricollega alle grandi tragedie greche. Il ferroviere Jacques Lantier potrebbe appartenere alla famiglia degli Atridi [...] Ho un unico rimpianto: che Zola non possa vedere Jean Gabin interpretare questo personaggio." Così dichiarava Jean Renoir nel 1939, raggruppando gli elementi più straordinari di questo capolavoro: lo slancio tragico e antinaturalistico (di cui il treno è complessa metafora: "il tappeto volante di una fiaba delle Mille e una notte", lo definì lo stesso regista) e la maschera umana e cinematografica di un attore che ancora oggi sorprende per intensità e umanità.
  78. L'anno del dragone (The year of the dragon, USA, 1985, 136 minuti) di Michael Cimino. Con Mickey Rourke, John Lone, Ariane. Dal romanzo di Robert Daley. Quando Cimino poteva ancora lavorare (cioè prima dello storico flop dei Cancelli del cielo), faceva film come questo: visivamente fiammeggianti e incisivi, sceneggiati con maestria assoluta (anche grazie all'apporto di Olver Stone) ed emotivamente crudelissimi. E tutto ben dieci anni prima di Pulp fiction...
  79. L'ereditiera (The heiress, USA, 1949, 115 minuti) di William Wyler. Con Olivia De Havilland, Montgomery Clift. Dal romanzo Washington Square di Henry James. Singolarmente cupo per essere un film pienamente hollywoodiano, riesce benissimo a restituire la ricchezza psicologica e ambientale del grande romanzo di James, soprattutto nei magnifici giochi di ombre e luci nella casa (e nell'animo) della protagonista. Uno di quei film per cui è assolutamente proibito rivelare il finale...
  80. L'esorcista (The exorcist, USA, 1973, 122 minuti) di William Friedkin. Con Ellen Burstyn, Max von Sydow, Linda Blair. Dal romanzo di William Peter Blatty. Non è certo il film più terrorizzante di tutti i tempi, né l'unico in cui si parla del diavolo. Ma Friedkin è riuscito come pochi altri a farci percepire il modo in cui il male s'infila tra le pieghe (le piaghe?) della quotidianità. E ha creato un film-culto, unico per intensità e capacità di coinvolgimento.
  81. L'età dell'innocenza (The age of innocence, USA, 1993, 136 minuti) di Martin Scorsese. Con Daniel Day-Lewis, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder. Dal romanzo di Edith Wharton. La "mafia" newyorkese di fine Ottocento non usa pistole, ma uccide comunque. Muovendosi con eleganza in splendide case che traboccano di quadri, soffoca l'identità del singolo, stritolandone ogni slancio "illecito" e lo riconduce alla legge della "famiglia". Scorsese cambia epoca, ma non rinuncia a un cinema profondamente morale, anzi gli dà nuova vita proprio attraverso la profusione "viscontiana" di arredi, abiti, cibi. In un film straordinario, vale la pena di ricordare due tra le sequenze più belle: l'entrata di Newland (Daniel Day-Lewis) al ballo e il fragilissimo istante di libertà di Newland ed Ellen (Michelle Pfeiffer) nella casa immersa nella neve.
  82. L'impero del sole (Empire of the sun, USA, 1987, 149 minuti) di Steven Spielberg. Con Christian Bale, Miranda Richardson. Da un romanzo di J.G. Ballard. Quando Spielberg fa il serioso non sempre il risultato funziona. Qui, però, la tenerezza è bandita e il quadro che il regista dipinge con un uso attentissimo del colore e dei movimenti di macchina è terso e agghiacciante. Da rivalutare.
  83. L'infernale Quinlan (The touch of evil, USA, 1958, 104 minuti) di Orson Welles. Con Orson Welles, Charlton Heston, Janet Leigh. Dal romanzo di Whit Masterson. Anche dimenticando (con molta fatica) il travolgente piano-sequenza d'apertura, questo film chiama e pretende di essere anzitutto visto: squarciato da violenti lampi luminosi, nascosto in ombre cupissime, inquietante per l'uso assiduo delle focali corte e delle inquadrature «sghembe»... Su tutto, poi, troneggia, shakespeariano, Quinlan-Welles, vera incarnazione del male, avvolta però in un'aura di grandezza assoluta. Come tutti i film di Welles (tranne Quarto potere), anche questo fu sottratto al regista in fase di post-produzione, tagliato e modificato al montaggio. Nel 1998, però, lo straordinario e pluripremiato montatore Walter Murch l'ha riportato alla sua forma originaria, grazie anche ad acuni appunti di Welles casualmente ritrovati.
  84. L'invasione degli ultracorpi (Invasion of body snatchers, USA, 1956, 80 minuti) di Don Siegel. Con Kevin McCarthy, Dana Wynter. Da un romanzo di Jack Finney. Il film, diventato famoso come riuscitissima (e agghiacciante) allegoria del maccartismo, conserva intatta la sua forza allucinata: in altre parole, riesce ancora a «fare paura». Guardatelo e non riuscirete più a entrare in una cantina senza pensare di trovarvi un «baccellone» traslucido... Rifatto nel 1978 da Philip Kaufman con più mezzi e scarsissimi risultati.
  85. L'occhio caldo del cielo (The last sunset, USA, 1961, 112 minuti) di Robert Aldrich. Con Kirk Douglas, Rock Hudson. Da un romanzo di Howard Rigsby. Nell'anno del Signore 1961, il western è in agonia e scava affannosamente in territori che, fino ad allora, erano rimasti, per il genere, pressoché inesplorati: la psicologia, i rapporti tra i sessi, il simbolismo... Così, questo film, che pure è un western a tutti gli effetti, trasmette anche una sensazione d'inquietudine - convogliata dall'abile montaggio di Michael Luciano - e di estraneità ai canoni classici. L'esito è spiazzante, ma tutt'altro che disprezzabile.
  86. L'orgoglio degli Amberson (The magnificent Ambersons, USA, 1942, 89 minuti) di Orson Welles. Con Joseph Cotten, Ann Baxter. Da un romanzo di Booth Tarkington. Nel magnifico libro-intervista Io, Orson Welles, Peter Bogdanovich racconta come il grande regista, vedendo per caso, in televisione, una scena di questo film, si mettesse a piangere silenziosamente. Fra tutti i tormentatissimi film di Welles, L'orgoglio degli Amberson è infatti il più tormentato: sottoposto a pesantissimi tagli e al cambio radicale del finale, non è davvero come Welles lo avrebbe voluto. Ma rimane un'opera audace e affascinante, cupa e luminosa nel contempo, che rivela un insuperato - e insuperabile - dominio della materia narrativa.
  87. L'ultimo uomo sulla terra (I, USA, 1963, 86 minuti) di Ubaldo Ragona e Sidney Salkow. Con Vincent Price, Emma Danieli. Da Io sono leggenda di Richard Matheson. Film piccolo - qualcuno direbbe di serie B - ma notevolissimo per atmosfera e suspense, grazie soprattutto all'ambientazione (Roma, l'EUR) e per la gelida fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli. Un ruolo perfetto per il «cormaniano» Vincent Price. Viene trasmesso di rado: non perdetelo.
  88. L'uomo del banco dei pegni (The pawnbroker, USA, 1965, 116 minuti) di Sidney Lumet. Con Rod Steiger, Geraldine Fitzgerald. Da un romanzo di Edward Lewis Wallant. E' un vero peccato che questo film cupo e ossessivo, il migliore in assoluto di Sidney Lumet, sia quasi dimenticato. Partendo da un tema forte (e poco commerciale: alla sua uscita, il film non ebbe nessun successo) come la vita di una sopravvissuto all'Olocausto diventato gestore di una banco dei pegni ad Harlem, adottando uno stile misurato e avvalendosi di uno straordinario Rod Steiger, Lumet traccia un quadro sconvolgente dell'alienazione, mostrando senza pietà e senza compiacimenti formali la forza devastante della vendetta. Superba fotografia di Boris Kaufman.
  89. L'uomo ombra (The thin man, USA, 1934, 92 minuti) di W.S. Van Dyne. Con Mirna Loy, William Powell. Dal romanzo di Dashiell Hammett. Forse sopravvalutato, ma sempre apprezzabile per la classe e l'eleganza: la coppia Loy-Powell è stata d'ispirazione per innumerevoli altre coppie cinematografiche (fino a L.A. Confidential), la fotografia di James Wong Howe è da manuale, la sceneggiatura è convincente e senza sbavature.
  90. La bambola di carne (Die Puppe, D, 1919, 60 minuti) di Ernst Lubitsch. Con Josefine Dora, Ossi Oswalda. Da un racconto di E.T.A. Hoffmann. Piccola perla muta del grand Lubitsch, che già mostra tutta l'ironia e la capacità di analisi dei rapporti sociali che segneranno le sue opere maggiori e che qui si arricchisce di un tocco surreale. Da scoprire.
  91. La bella scontrosa (La belle noiseuse, F, 1991, 124 minuti) di Jacques Rivette. Con Michel Piccoli, Emmanuelle Béart. Dal racconto Il capolavoro sconosciuto di Honoré de Balzac. Uno scontro di anime giocato pressoché in silenzio, una pregnante riflessione sull'arte, sulla creatività e, ovviamente, sulla vita. Quando Rivette «toglie» dai suoi film, quando riesce a non dire proprio tutto e lascia allo spettatore la possibilità di fermarsi a riflettere sulle immagini, allora il suo cinema diventa grande.
  92. La casa dei nostri sogni (Mr Blandings builds his dream house, USA, 1948, 86 minuti) di H.C. Potter. Con Cary Grant, Myrna Loy. Da un romanzo di Eric Hodgins. Siamo lontani dalle perfette commedie anni '30, ma la costruzione è impeccabile, gli attori sono al meglio, il romanticismo e l'umorismo si alternano in giuste dosi. Ma sono soprattutto l'armonia dell'insieme e la compattezza della storia a sorprendere ancora oggi: tutto è funzionale (anche i caratteristi), tutto si snoda senza sbalzi né oscillazioni. Una lezione per molti registi (e scrittori) contemporanei.
  93. La donna che visse due volte (Vertigo, USA, 1958, 131 minuti) di Alfred Hitchcock. Con James Stewart, Kim Novak, Barbara Bel Geddes. Dal romanzo D'entre les morts di Pierre Boileau e Thomas Narcejac. «Quello che m'interessava», dichiarò Hitchcock, «erano gli sforzi che faceva James Stewart per ricreare una donna, partendo dall' immagine di una morta...» Da questa premessa, nasce un film che ha segnato un'intera generazione di registi (De Palma e Scorsese in testa) e che ancora oggi stupisce per la sua carica trasgressiva e immaginifica.
  94. La donna del ritratto (The woman in the window, USA, 1944, 99 minuti) di Fritz Lang. Con Edward G. Robinson, Joan Bennett. Da un romanzo di J.H. Wallis. Inquietante e raffinatissimo gioco tra colpevolezza e innocenza, tra luci espressionistiche e personaggi dalle mille sfaccettature. E con un finale a sorpresa.
  95. La donna della spiaggia (The woman on the beach, USA, 1946, 75 minuti) di Jean Renoir. Con Joan Bennett, Robert Ryan. Da un romanzo di Mitchell Wilson. Benché sforbiciato e corrotto dal perbenismo dei produttori, rimane un grande film del renoir americano. Come dice Truffaut: «Quello che mi piace in La donna della spiaggia è il fatto che si vedono due film contemporaneamente. Nei dialoghi non si parla mai d'amore: i personaggi si scambiano parole cortesi, beneducate [...] ma gli sguardi esprimono tensione, rivelano segreti. [...] Così gli attori sono come animali, bestie feroci che si muovono nella giungla della sessualità repressa».
  96. La falena d'argento (Christopher Strong, USA, 1933, 72 minuti) di Dorothy Arzner. Con Katherine Hepburn, Colin Clive. Da un romanzo di Gilbert Frankau. Pochissimi ormai ricordano Dorothy Arzner, coraggiosissima regista che cercò di portare sullo schermo storie che rispettassero la psicologia femminile, allontanandosi sempre con decisione dagli stereotipi. E questo film è sicuramente uno dei suoi migliori: straziante nella descrizione di un amore «impossibile», delicatissimo e intenso nel ritratto dei protagonisti, permeato da idee visive incisive e mai gratuite. La Hepburn (qui al suo secondo film), poi, incarna benissimo la disperata vitalità di Cynthia Darrington, la spericolata donna-aviatrice, superando di parecchie lunghezze Colin Clive.
  97. La fiamma del peccato (Double indemnity, USA, 1944, 106 minuti) di Billy Wilder. Con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck, Edward G. Robinson. Dal romanzo La morte paga doppio di James M. Cain. Narra la leggenda che Billy Wilder lesse il romanzo di Cain in 58 minuti e decise all'istante di portarlo sullo schermo, trovandosi poi a collaborare, per la sceneggiatura, con Raymond Chandler. Il risultato è il matrimonio perfetto tra espressionismo tedesco e noir hollywodiano, grazie anche alla migliore dark lady che si sia mai vista (tenete d'occhio il modo mirabile in cui Wilder la fa «giocare» con gli oggetti) e a una singolare (per l'epoca) asciuttezza nella storia e nella sua narrazione. Rifatto - con rispetto e attenzione, ma con meno incisività - da Lawrence Kasdan nel 1981 (Brivido caldo)
  98. La finestra sul cortile (Rear window, USA, 1954, 112 minuti) di Alfred Hitchcock. Con James Stewart, Grace Kelly. Da un racconto di Cornell Woolrich. Dice Hitchcock: «"... James Stewart nel film [...] è un voyeur. Mi ricordo di una critica a questo proposito. Miss Lejeune, nel London Observer", ha scritto che La finestra sul cortile era un film 'orribile', perché c'era un tipo che guardava costantemente dalla finestra. Penso che non avrebbe dovuto scrivere che era orribile. Sì, l'uomo era un voyeur, ma non siamo tutti voyeur?» E François Truffaut replica: « Siamo tutti dei voyeur, fosse solo quando guardiamo un film intimista. Del resto, James Stewart dalla sua finestra si trova nella situazione di uno spettatore che guarda il film».
  99. La fuga (Dark passage, USA, 1947, 110 minuti) di Delmer Daves. Con Humphrey Bogart, Lauren Bacall. Da un romanzo di David Goodis. Non guardatelo soltanto per la magnifica e lunghissima soggettiva che apre il film (e che lo ha reso celebre). Guardatelo soprattutto per riscoprire un solidissimo regista quale è Delmer Daves, che forse ha inciso sul cinema americano «di genere» più di quanto si pensi (ma Scorsese, per esempio, ne è ben consapevole e lo omaggia spesso). Un film dalla tensione emotiva quasi insostenibile e soprattutto segnato da una cupezza che sconvolge ancora oggi.
  100. La guerra dei Roses (The war of the Roses, USA, 1989, 120 minuti) di Danny DeVito. Con Kathleen Turner, Michael Douglas. Da un romanzo di Warren Adler. Si ride moltissimo, ma si ride in nero. Un cast che più affiatato non si può, abili trasgressioni alle norme hollywoodiane, una storia che prende spesso direzioni imprevedibili. Un piccolo gioiello di cinismo, a partire dallo slogan con cui venne lanciato: «A tutti, almeno una volta nella vita, capita di vedere un film che fa venir voglia d'innamorarsi di nuovo. La guerra dei Roses non è quel film».
  101. La mia droga si chiama Julie (La sirène du Mississippi, F/I, 1969, 120 minuti) di François Truffaut. Con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve. Dal romanzo Waltz into Darkness di William Irish [Cornell Woolrich]. Dedicato a Jean Renoir, ma palesemente concepito come omaggio a Hitchcock, sconcertò gli spettatori che si erano ormai fatti di Truffaut un'immagine di regista «tenero» e sentimentale. E' in realtà uno dei più bei film sull'amour fou, anche perché, sotto la disperata storia d'amore tra i due protagonisti, si avverte un'altra e più profonda disperazione: quella per la dissoluzione del cinema «classico». Per completare il trittico, non vi resta che vedere, alle 5.30, sempre su Raitre, l'ultimo capolavoro di Truffaut: La signora della porta accanto (1981) con Fanny Ardant e Gérard Depardieu.
  102. La moglie del vescovo (The bishop's wife, USA, 1947, 108 minuti) di Henry Koster. Con Cary Grant, Loretta Young. Da un romanzo di Robert Nathan. Si vede poco in televisione, questa semplice ma efficacissima commedia, dunque non perdetela. Mentre prestate orecchio ai dialoghi (vi collaborò, sebbene non accreditato, il grande Billy Wilder), non perdete d'occhio le meraviglie che Greg Toland, uno dei più grandi direttori della fotografia, riesce a fare anche in un film «semplice» come questo.
  103. La porta proibita (Jane Eyre, USA, 1944, 98 minuti) di Robert Stevenson. Con Orson Welles, Joan Fontaine, Agnes Moorehead. Dal romanzo Jane Eyre di Charlotte Brontë. Sceneggiato tra gli altri da Aldous Huxley, questo film è uno dei vari «figliastri» di Orson Welles, regista (occulto) di alcune sequenze. Emotivamente sontuoso, visivamente efficace.
  104. La regina d'Africa (The African queen, USA, 1951, 104 minuti) di John Huston. Con Katharine Hepburn, Humphrey Bogart. Dal romanzo di C.S. Forester. Raffinato, curiosissimo mélange di romance e avventura, cucito addosso ai due protagonisti e dall'andamento imprevedibile. Evocato, citato e saccheggiato in innumerevoli film, da All'inseguimento della pietra verde al recentissimo Come farsi lasciare in dieci giorni.
  105. La sottile linea rossa (The thin red line, USA, 1998, 172 minuti) di Terrence Malick. Con James Caviezel, Sean Penn. Dal romanzo di James Jones. Finalmente un film che chiede allo spettatore di guardare e di pensare. Era dai tempi di Apocalypse now che non si vedeva un film così lucido sullo sconvolgimento mentale derivante dall'orrore fisico della guerra e dalla crudele stupidità umana. Si può non essere d'accordo con le conclusioni «naturalistiche» di Mallick, ma è impossibile non farsi prendere dalla semplice bellezza del suo modo di girare, dal suo perfetto dominio sulla materia. Un film che scava nell'animo e ci resta.
  106. La sposa in nero (La mariée était en noir, F/I, 1967, 107 minuti) di François Truffaut. Con Jeanne Moreau, Michel Bouquet, Jean-Claude Brialy. Da un romanzo di William Irish [Cornell Woolrich]. «Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte/ ingenerò la sorte», dice Leopardi. E Truffaut, senza inutili orpelli, senza mezzi termini, senza pietà, mette in scena questa fratellanza, seguendo, ancora una volta la lezione di Hitchcock (che sosteneva: «Bisogna girare le scene d'amore come se fossero scene di morte e viceversa»), ma spingendosi oltre, dando corpo fisico alla follia amorosa, al desiderio di annullarsi indifferentemente nell'amore o nella morte. Un film gelido, scostante, scevro da qualsiasi compromesso e bellissimo.
  107. La tigre e il dragone (Wo hu cang long, USA/Hong Kong/Cina/Taiwan, 2000, 119 minuti) di Ang Lee. Con Chow Yun-Fat, Michelle Yeoh. Da un romanzo di Du Lu Wang. «È del regista il fin la meraviglia», si potrebbe dire di questo film che ha riportato al cinema la possibilità di avere uno sguardo incantato sulle cose e sulle vicende. Se a questo poi si sommano l'abilità di «occidentalizzare» con grazia gli stilemi di certo cinema orientale e le interpretazioni convinte, allora si toccano vertici davvero molto alti (almeno d'intrattenimento).
  108. La tragedia del Bounty (Mutiny on the Bounty, USA, 1935, 133 minuti) di Frank Lloyd. Con Clark Gable, Charles Laughton. Da un romanzo di Charles Nordhoff e James Norman Hall. La storia è arcinota, ma per chi l'ha vista soltanto nella versione con Marlon Brando o in quella con Mel Gibson, consigliamo vivamente di ripassarla, godendosi l'incomparabile bravura di Charles Laughton nella parte di Bligh e l'assoluta, elegantissima adeguatezza al personaggio di Clark Gable, che ovviamente, interpreta Christian. Ma anche per scoprire un film insolitamente crudo e realistico per l'epoca (e per il genere). Vincitore dell'Oscar come miglior film nel 1936: altri tempi, altri attori, altro (e più alto) concetto di avventura e di intrattenimento.
  109. La vita è meravigliosa (It's a wonderful life, USA, 1946, 130 minuti) di Frank Capra. Con James Stewart, Donna Reed. Da un racconto di Philip Van Doren Stern. Ciò che ancora oggi stupisce, nei film di Frank Capra, è il meraviglioso senso dell'equilibrio narrativo, l'amalgama calibratissimo di comico e drammatico, la capacità di cogliere l'universalità del singolo evento quotidiano. E poi c'è l'infallibile scelta degli attori e la loro piena valorizzazione, che scaturisce da un gusto (mai corrivo) dello spettacolo. E in questo capolavoro di tecnica e stile tutte queste caratteristiche vengono portate alla perfezione. Peccato per il doppiaggio...
  110. La vita privata di Sherlock Holmes (The private life of Sherlock Holmes, GB/USA, 1949, 125 minuti) di Billy Wilder. Con Robert Stephens, Colin Blakely, Geneviève Page. Ispirato ai personaggi di Sir Arthur Conan Doyle. Due tra i più grandi sceneggiatori della storia del cinema - Billy Wilder e I.A.L. Diamond - riescono a infondere un'inquietudine e una malinconia del tutto inedite nella figura del celeberrimo detective. Ma soprattutto giocano con i codici del genere giallo, creando un universo in cui l'unica certezza è che tutto è incerto. Un film che insegna a «guardare».
  111. Lancillotto e Ginevra (Lancelot du lac, F/I, 1974, 88 minuti) di Robert Bresson. Con Luc Simon, Laura Duke Condominas. Dal Lancillotto del lago. Severo, austero, senza concessioni. Questo, lo sappiamo, è il cinema di Robert Bresson. Dunque dimenticate la leggenda e l'epica e concentratevi sull'anima dei personaggi; dimenticate i duelli «coreografati» e concentratevi sul dolore delle lance che penetrano nella carne; dimenticate i colori sfavillanti e concentratevi su quest'atmosfera grigia e azzurra. Il risultato sarà spiazzante, senza dubbio. Ma, come dice lo stesso Bresson «creare non significa deformare o inventare cose e persone. Significa stringere nuovi rapporti tra le persone e le cose esistenti, esattamente come esse sono».
  112. Le catene della colpa (Out for the past, USA, 1947, 98 minuti) di Jacques Tourneur. Con Robert Mitchum, Rhonda Fleming. Da un romanzo di Daniel Mainwaring. Troppo spesso, quando si parla di horror, si dimentica di citare Jacques Tourneur, il parigino che ha regalato all'America capolavori come Il bacio della pantera (1942) e Ho camminato con uno zombie (1943). Ancora più spesso, tuttavia, lo si dimentica quando si arriva a parlare di film noir... Eppure basterebbe questo capolavoro, perfetto in ogni dettaglio e dotato di una profondità psicologica assolutamente inusitata per Hollywood, per farlo entrare di diritto nella schiera dei grandi.
  113. Le folli notti del dottor Jerryll (The nutty professor, USA, 1963, 107 minuti) di Jerry Lewis. Con Jerry Lewis, Stella Stevens. Ispirato a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson. La più divertente e acuta parodia del celeberrimo romanzo di Stevenson, con un Lewis che, nel doppio personaggio di Julius Kelp e Buddy Love, mette alla berlina gli ideali della perfezione fisica, dell'autorità e del successo. Gag indimenticabili, virtuosismi tecnici, un finale ironico e amarissimo e imperdibili omaggi a Chaplin e Keaton.
  114. Lettera da una sconosciuta (Letter from an unknown woman USA, 1948, 90 minuti) di Max Ophuls. Con Joan Fontaine, Louis Jourdan. Dal romanzo di Stefan Zweig. Siamo alle solite: orario impossibile, film imperdibile. Una storia d'amore di assoluta, esistenziale drammaticità distillata attraverso l'ironia e l'amarissimo cinismo del grande Ophuls, uno dei pochi registi in grado di realizzare perfettamente la finzione e di mostrarne, nel contempo, tutta la tragica illusorietà. Una lezione superba di scrittura filmica e di analisi dei pesonaggi.
  115. Lo spaccone (The hustler, USA, 1961, 142 minuti) di Robert Rossen. Con Paul Newman, Jackie Gleason, George C. Scott. Da un romanzo di Walter Tevis. Potenza di un personaggio, anzi di due: il rapporto tra «Fast» Eddie (Newman) e Minnesota «Fats» (Gleason) è memorabile nella sua intensità, anche grazie a una fotografia incisiva, che sembra ispirata a certo neorealismo italiano. Se potete, fate seguire a questa visione quella del Colore dei soldi di Martin Scorsese (1986), per capire come (e quanto) sia cambiato il cinema in «soli» venticinque anni.
  116. Lo sport preferito dall'uomo (Man's Favorite Sport?, USA, 1964, 120 minuti) di Howard Hawks. Con Rock Hudson, Paula Prentiss. Dal racconto The Girl Who Almost Got Awaydi Pat Frank. Eleganza, classe e slapstick, tutto per raccontare la guerra tra i sessi. A una commedia non si può chiedere di più.
  117. Lo squalo (Jaws, USA, 1975, 125 minuti) di Steven Spielberg. Con Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss. Dal romanzo di Peter Benchley. Il film del successo mondiale di Spielberg, che dimostra la sua capacità di gestire la tensione con mano fermissima, di creare personaggi convincenti e mai banali, di dosare al meglio gli effetti speciali (notevolissimi anche dopo 26 anni). Imitatissimo - l'ultimo del suoi epigoni, Blu profondo, è del 1999 -, ma mai sorpassato, forse neppure dai ben più massicci dinosauri di Jurassic Park.
  118. Lola Montès (Lola Montès, F/D, 1955, 100 minuti) di Max Ophuls. Con Martine Carol, Peter Ustinov. Da un romanzo di Cécil Saint-Laurent. Audace, troppo audace. Nella concezione stilistica, nell'uso fantasmagorico del colore, nelle scenografie «eccessive», negli audaci movimenti di macchina, nella melodrammaticità della protagonista... E infatti la censura lo massacrò (tagliandolo di oltre quaranta minuti) e il pubblico ne rimase sconcertato. Eppure questo film - l'ultimo di Ophuls - rapisce gli occhi e il cuore e dimostra tutto il genio di un regista che meriterebbe di essere finalmente riconosciuto da tutti come un assoluto genio.
  119. Magnifica ossessione (Magnificent obsession, USA, 1954, 109 minuti) di Douglas Sirk. Con Jane Wyman, Rock Hudson. Da un romanzo di Lloyd C. Douglas. «Il cinema è sangue, violenza, amore. E nei film di Douglas Sirk ci sono lacrime, sangue, violenza, amore… Sirk ha detto: 'Non si possono fare film sulle cose, si possono soltanto fare film con le cose, con le persone, con la luce, i fiumi, gli specchi, il sangue... In altre parole con tutte quelle cose meravigliose che rendono la vita degna di essere vissuta'.» Così ha scritto Rainer Werner Fassbinder su Douglas Sirk. Quindi non cercate la verità, in questo film; cercate invece il genio che tenta di dominare la materia della follia e che ci regala un racconto impagabile sull'importanza del «vedere».
  120. Manhunter (Manhunter, USA, 1986, 119 minuti) di Michael Mann. Con William Petersen, Brian Cox. Da Drago rosso di Thomas Harris. La «classicità» di Mann avrà la sua consacrazione pubblica nel 1999 con il bellissimo The insider. Ma già qui la sua abilità si dispiega in tutta la sua forza: controllo dello script (davvero migliore del romanzo), calibrazione degli attori e, soprattutto, una costruzione della suspense davvero impeccabile.
  121. Marnie (Marnie, USA, 1964, 120 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Sean Connery, Tippi Hedren. Da un romanzo di Winston Graham. Bellissimo - ma spesso trascurato perché atipico e privo di un personaggio in cui identificarsi -, Marnie gioca con le psicologie dei personaggi come se fossero colori da ricomporre in una vetrata. Inquietante, profondo, da riscoprire a ogni visione.
  122. Nella morsa (Caught USA, 1949, 88 minuti) di Max Ophuls. Con Barbara Bel Geddes, James Mason. Da un romanzo di Libbie Block. In assoluto il più bello dei film americani di Ophuls, di una crudeltà e spietatezza agghiaccianti, ma anche di un'eleganza e di una compostezza assolute. Orson Welles lo adorava.
  123. Nick mano fredda (Cool hand Luke, USA, 1967, 110 minuti) di Stuart Rosenberg. Con Paul Newman, George Kennedy, Dennis Hopper. Da un romanzo di Donn Pearce. Non è certo il primo film «carcerario», ma ne è uno degli esempi migliori. Cast robusto, una sceneggiatura che non perde un colpo, una magnifica fotografia (di Conrad Hall). E Paul Newman porta il personaggio di Nick direttamente nella leggenda.
  124. Orizzonte perduto (Lost Horizon, USA, 1937, 120 minuti) di Frank Capra. Con Ronald Colman, H.B. Warner. Dal romanzo di James Hilton. Un vero e proprio kolossal (capra impiegò oltre due anni per realizzarlo), lontanissimo da quell'«ottimismo americano» che ha fatto la fortuna del regista. Sebbene datato, rimane un film molto coraggioso per l'epoca e di grande suggestione visiva.
  125. Orizzonti di gloria (Paths of glory, USA, 1957, 86 minuti) di Stanley Kubrick. Con Kirk Douglas, Adolphe Menjou. Da un romanzo di Humphrey Cobb. Prima di Stranamore e molto prima di Full metal jacket, Kubrick disseziona l'assurdità della guerra, mettendo a nudo l'assoluta follia del comando e giocando coi personaggi come se fossero pedine su una scacchiera di morte. Gestione magistrale dei mezzi tecnici, una fotografia in bianco e nero (di George Krause) straordinaria (tagliente e impietosa per gli ufficiali, dolente e commossa per i soldati), un cast perfetto.
  126. Osterman weekend (The Osterman weekend, USA, 1983, 101 minuti) di Sam Peckinpah. Con Burt Lancaster, John Hurt. Da un romanzo di Robert Ludlum. Film d'addio di Peckinpah (morto il 28 dicembre 1984) e massacrato dalla produzione, lascia tuttavia intravedere la potenza espressiva di questo regista, la sua ossessione nel dipingere universi prevalentemente maschili e sempre cupi, segnati dal sospetto e dal tradimento. Ma qui si spinge oltre, denunciando anche il pericolo derivante dalla manipolazione delle immagini e la conseguente soggettivizzazione della verità. Un film disturbante e amarissimo.
  127. Paper moon (Paper moon, USA, 1973, 102 minuti) di Peter Bogdanovich. Con Ryan O'Neal, Tatum O'Neal. Da un romanzo di Joe David Brown. E' un regista testardo, Bogdanovich. Testardo nella convinzione che si possa soltanto ri-fare il cinema, elaborare ciò che è stato creato nel periodo d'oro (anni '20-'40), magari adattandolo, seppur con rispetto, alla modernità. Una testardaggine che gli è costata cara (ormai nessuno finanzia più i suoi progetti), ma che ci ha regalato film straordinari come questo, in cui l'amore per il cinema di un tempo, la consapevolezza della povertà immaginativa del presente e una magistrale direzione degli attori si fondono con una grazia e un'eleganza rare.
  128. Passaggio a nordovest (Northwest passage, USA, 1940, 129 minuti) di King Vidor. Con Spencer Tracy, Robert Young. Dal romanzo di Kenneth Roberts. Figlio di un'epoca in cui non era ancora di moda essere «politicamente corretti», questo film comunica con slancio e passione la bravura di King Vidor, un regista ormai quasi dimenticato. Oltre al cast - solidissimo e sempre convincente - vale la pena di soffermarsi a notare le raffinatezze quasi pittoriche del Technicolor, anche perché hanno ispirato più di un regista contemporaneo.
  129. Paura in palcoscenico (Stage Fright, USA, 1950, 110 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Jane Wyman, Michael Wilding, Marlene Dietrich. Dai racconti Man Running e Outrun the Constable di Selwyn Jepson. Non il migliore Hitchcock ö a detta anche dello stesso regista ö, ma imperdibile per l'uso trasgressivo del flashback, un uso che poi è stato ripreso con risultati eccellenti da Bryan Singer nei Soliti sospetti e che De Palma ha portato ai massimi livelli nel suo recente Femme fatale.
  130. Per chi suona la campana (For whom the bell tolls, USA, 1943, 160 minuti) di Sam Wood. Con Gary Cooper, Ingrid Bergman. Dal romanzo di Ernest Hemingway. Il «mestierante» Sam Wood e il grande sceneggiatore Dudley Nichols non hanno paura di affrontare le radici della mitologia hemingwayana e ci consegnano un film meravigliosamente popolare, cioè intensamente hollywoodiano. E stagliati contro il folgorante, falsissimo technicolor, si ergono due personaggi indimenticabili, che, da allora, saranno per sempre identificati con Gary Cooper e Ingrid Bergman.
  131. Perfidia (Les dames du Bois de Boulogne, F, 1944, 73 minuti) di Robert Bresson. Con Maria Casarès, Paul Bernard. Da Jacques il fatalista e il suo padrone di Denis Diderot. Un capolavoro d'indagine sui meccanismi della passione, un melodramma raffreddato da un'aderenza manacale (e audacissima) alla realtà, un film così spietato e crudo (emotivamente) da dare le vertigini al cuore. Puntate la sveglia o registratelo: non ve ne pentirete.
  132. Piano, piano, dolce Carlotta (Hush... hush, sweet Charlotte , USA, 1965, 136 minuti) di Robert Aldrich. Con Bette Davis, Olivia De Havilland, Joseph Cotten. Da un romanzo di Henry Farrell. Ecco un film «gotico» se mai ne è esistito uno. Tutti volutamente sopra le righe, atmosfere costantemente inquetanti, Bette Davis che gigioneggia... Qualcuno lo ha inteso come una parodia dell'horror, altri hanno sostenuto che è una delle sue più riuscite celebrazioni, forse l'ultimo, vero horror prima della svolta verso territori molto più «sanguinosi».
  133. Piombo rovente (Sweet Smell of success, USA, 1957, 99 minuti) di Alexander Mackendrick. Con Burt Lancaster, Tony Curtis. Da un romanzo di Ernest Lehman. Non viene trasmesso di frequente, questo melodramma nero, quindi non perdetelo. Diretto con piglio deciso, con un cast perfettamente orchestrato, è un film duro, un apologo moderno su chi cede alle lusinghe del successo senza sapere che cosa gli verrà chiesto in cambio. Da segnalare la magnifica fotografia di James Wong Howe: mai la vita notturna di New York è stata rappresentata con pari abilità..
  134. Psycho (Psycho, USA, 1998, 110 minuti) di Gus Van Sant. Con Anne Heche, William H. Macy. Dal romanzo di Robert Bloch. Rifare Psycho: non ispirarsi a esso, non raccontare una storia analoga, ma rifarlo proprio, inquadratura per inquadratura. Operazione furba oppure omaggio estremo? Sfacciataggine suprema o raffinato esercizio stilistico? Se ne può dibattere all'infinito (come infatti è successo). Partendo, per esempio, dal fatto che Van Sant, a differenza di Hitchcock, usa il colore. Oppure scoprendo le piccole differenze tra la versione «classica» e quella «nuova». Un bell'esercizio comunque.
  135. Psyco (Psycho, USA, 1960, 110 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Anthony Perkins, Janet Leigh. Dal romanzo di Robert Bloch. Pochi film sono stati più influenti di questo, al punto che, nel 1998, Gus Van Sant l'ha rifatto inquadratura per inquadratura (ma a colori). Rivederlo, però, non è mai inutile: tenete d'occhio, per esempio, la scena in cui Marion mangia davanti a Norman e vi accorgerete della suprema maestria di Hitchcock nel dosare la luce, nel costruire le inquadrature e addirittura nel piegare le forme degli oggetti all'effetto che desidera ottenere.
  136. Qualcuno verrà (Some came running, USA, 1958, 128 minuti) di Vincente Minnelli. Con Shirley MacLaine, Frank Sinatra, Dean Martin. Da un romanzo di James Jones. Severo, impietoso melodramma - sul conflitto tra l'individuo e la società -, che Minnelli filtra attraverso la sua visionarietà coloristica e ambientale. La scena finale è un capolavoro di economia ed efficacia stilistica.
  137. Quattro notti di un sognatore (Quatre nuits d'un rêveur , F, 1971, 92 minuti) di Robert Bresson. Con Isabelle Weingarten, Guillaume des Forêts, Maurice Monnoyer. Da Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij. Ogni tanto è bene «pulirsi gli occhi» con il rigore e l'incisività di Robert Bresson, scoprendo le storie che si nascondono dietro il primo piano di una spalla, il dettaglio di una mano. E lasciandosi commuovere dalla fragilità degli esseri umani che lui mette in scena. Non aspettatevi un film facile, ma, come sempre in Bresson, vi troverete davanti qualcosa di crudelmente necessario.
  138. Quei bravi ragazzi (Goodfellas, USA, 1990, 145 minuti) di Martin Scorsese. Con Ray Liotta, Robert De Niro, Joe Pesci. Dal libro di Nicholas Pileggi. Non date ascolto a chi vi dice che è un film sulla mafia. E' molto di più. La formazione cattolica di Scorsese lo spinge a dare forma visiva alle questioni del libero arbitrio e della fragilità umana, calandole però in una strepitosa rievocazione del genere «film di gangster». Il risultato è entusiasmante: un racconto che si snoda senza un attimo di tregua, dolore e ironia dosati con abilità, una colonna sonora sempre funzionale. Un film da riscoprire a ogni visione e da studiare a fondo.
  139. Quella sporca dozzina (The dirty dozen, USA, 1967, 149 minuti) di Robert Aldrich. Con Lee Marvin, Charles Bronson. Da un romanzo di E.M. Nathanson. Regista di polso, attori granitici, storia avvincente, dialoghi essenziali, un giusto grado di ambiguità e di violenza. E tutto funziona come un orologio svizzero.
  140. Rapina a mano armata (The killing, USA, 1956, 88 minuti) di Stanley Kubrick. Con Sterling Hayden, Elisha Cook jr. Da un romanzo di Lionel White. Basterebbe questo film per far entrare Kubrick nella storia del cinema, osservando com'è riuscito a far «esplodere» nel tempo e nello spazio la «normale» storia di una rapina, come illumina volti ed emozioni in modo antinaturalistico, come tratteggia i personaggi principali e secondari, come struttura la profondità di campo e le inquadrature. Un film austero e nobile che porta già inciso il motto di tutta la carriera di Stanley Kubrick: nessun compromesso.
  141. Rapporto confidenziale (Confidential report, F/E/Svizzera, 1955, 99 minuti) di Orson Welles. Con Orson Welles, Akim Tamiroff. Dal romanzo Mr Arkadin di Orson Welles. «Mi hanno rapito un figlio.» Questo Welles diceva delle persone che avevano sconciato il suo film, stravolgendone la struttura con l'unico scopo di rendere la storia più fluida. Ma Truffaut, nel 1978, affermava: «Quando l'uso delle videocassette sarà generalizzato e si potranno guardare i film preferiti a casa propria, colui che possiederà una copia di Rapporto confidenziale sarà un uomo davvero fortunato». E, ovviamente, aveva ragione.
  142. Rebecca, la prima moglie (Rebecca, USA, 1940, 125 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Joan Fontaine, Laurence Olivier. Da un racconto di Daphne du Maurier. Coi piedi fermamente piantati a Hollywood (questo è il suo primo film americano, e ricevette un Oscar), ma con la testa e col cuore testardamente europei, Hitchcock dipinge con pennellate ardite questo affresco di apparenze ingannevoli, di punti di vista deformati e deformanti, di aguzzini e di vittime. Ma è soprattutto nella dimensione spaziale che si esalta il suo genio: nulla è più falso di Manderley, la magione che fu (che è) di Rebecca, eppure poche case "cinematografiche" vivono e respirano in modo così sottilmente umano. Anzi bisognerà arrivare al Bates Motel per trovare un altro edificio tanto vibrante e inquieto...
  143. Rocco e i suoi fratelli (I/F, 1960, 182 minuti) di Luchino Visconti. Con Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot. Da Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori. Con una lucidità che il cinema italiano ha smarrito per strada, Visconti analizza la società contemporanea (e sarà per lui l'ultima volta) confessando, paradossalmente, la propria incapacità di afferrarla (e di viverla). Definitivo suggello al neorealismo, colpisce ancora oggi per l'intensità della narrazione e per i magnifici personaggi. Tra infinite polemiche (e tagli di censura alla scena dell'Idroscalo) vinse il premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia.
  144. Rosemary's baby (Rosemary's baby, USA, 1968, 136 minuti) di Roman Polanski. Con Mia Farrow, John Cassavetes. Da un romanzo di Ira Levin. Polanski, da buon europeo, sa che la paura, quella vera, sta nello spaesamento, nello scarto. E costrusce un film in cui i nessi temporali e spaziali sono da ricostruire a ogni nuova sequenza, in cui regnano il non-detto e il non-visto, costringendo lo spettatore in uno stato di continua - e tesissima - frustrazione. E, aiutato da interpreti eccezionali, tra cui spicca il grande regista John Cassavetes, dipinge il più bel «non-ritratto» del diavolo che mai si sia «visto» sullo schermo.
  145. Sabotaggio (Sabotage, GB, 1936, 77 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Sylvia Sydney, Oscar Homolka. Da L'agente segreto di Joseph Conrad. Non particolarmente amato da Hitchcock (che non si perdonava di aver fatto morire uno dei personaggi più «simpatici», deludendo così lo spettatore), rimane comunque un film ricco di passaggi davvero notevoli: il blackout, la «cena fatale», l'inseguimento nel cinema sono momenti indimenticabili anche perché - in sostanza - «muti», affidati cioè alla costruzione dell'inquadratura, alle luci e ai gesti dei personaggi, nonché a quel «non detto» tipicamente hitchcockiano che segna la tensione delle sue migliori opere.
  146. Sangue sulla luna (Vento di terre selvagge) (Blood on the moon, USA, 1948, 88 minuti) di Robert Wise. Con Robert Mitchum, Barbara Bel Geddes, Walter Brennan. Dal romanzo Gunman's choice di Luke Short. Un western già crepuscolare, sospeso tra gli stereotipi del genere e un insolito approfondimento psicologico.
  147. Scarface (Scarface, USA, 1931, 94 minuti) di Howard Hawks. Con Paul Muni, George Raft. Da un romanzo di Armitage Trail. Tutti i film di gangster devono qualcosa a Scarface e a Howard Hawks. Il coraggio di una resa durissima e realistica del mondo della malavita, il dinamismo dell'azione, la complessità dei personaggi, l'uso simbolico e raffinatissimo delle luci (le apparizioni di Tony «scarface» Camonte sono spesso accompagnate da una croce), i dialoghi serrati e funzionali. Da non perdere, anche perché proposto in lingua originale cpn sottotitoli.
  148. Scarface (Scarface, USA, 1983, 170 minuti) di Brian De Palma. Con Al Pacino, Michelle Pfeiffer. Da un romanzo di Armitage Trail. Sono passati cinquant'anni dallo Scarface di Howard Hawks e il ghigno ironico di Paul Muni si è trasformato nella maschera di sofferenza di Al Pacino, i pittoreschi speakeasy sono diventati discoteche alienanti e le case dei gangster si sono mutate in palazzi vuoti come l'anima di chi vi abita. E questo perché la storia di Scarface è passata nelle mani di De Palma, che, raccontando l'ascesa e la caduta del profugo cubano Tony Montana, racconta anche come le vie del potere siano percorse da rivoli di sangue. Estremo, doloroso e bellissimo.
  149. Sentieri selvaggi (The searchers, USA, 1956, 121 minuti) di John Ford. Con John Wayne, Natalie Wood. Da un romanzo di Alan Le May. Venite a pulirvi gli occhi, a lavare le mille pretestuosità cinematografiche degli ultimi anni in un film puro per concezione e sviluppo, essenziale ed eloquente come pochi altri. Innumerevoli le suggestioni visive che questo film ha suscitato; innumerevoli i personaggi scaturiti dalla matrice di Ethan Edwards-John Wayne. Impossibile non averlo visto, ancor più impossibile non rivederlo. Perché, come dice Roger Tailleur: «Nella storia, ci sono stati un secolo d'Augusto e un secolo di Luigi XIV; nel cinema, nato come lui nel 1895, c'è stato e ci sarà sempre il secolo di John Ford.»
  150. Shining (The shining, USA, 1980, 120 minuti) di Stanley Kubrick. Con Jack Nicholson, Shelley Duvall. Dal romanzo di Stephen King. I corridoi dell'Overlook Hotel diventano i meandri del cervello, le favole un persorso iniziatico verso l'orrore, i rapporti familiari una china verso la morte. Con Shining possiamo permetterci il lusso di scegliere tra realtà e finzione, tra presente e passato, sempre che teniamo ben presente l'unica, agghiacciante verità: anche noi, come Jack Torrance, siamo e saremo sempre i caretaker (i custodi-becchini) del nostro io.
  151. Soldi sporchi (A simple plan, USA, 1998, 123 minuti) di Sam Raimi. Con Bill Paxton, Billy Bob Thornton. Da un romanzo di Scott B. Smith. Un po' penalizzato per le somiglianze con quell'assoluto capolavoro che è Fargo, questo piccolo film dimostra ancora una volta come Sam Raimi sia un bravissimo regista, posto che gli venga data una sceneggiatura valida su cui lavorare. Traboccante di dolore umano, segnato da una tensione sotterranea sempre sul punto di emergere in superficie, Soldi sporchi è uno di quei film non pacificati (e non pacificanti) di cui avremmo un gran bisogno per ricominciare a riflettere sul cinema.
  152. Spartacus (Spartacus, USA, 1960, 184 minuti) di Stanley Kubrick. Con Kirk Douglas, Laurence Olivier. Da un romanzo di Howard Melvin Fast. 167 giorni di lavorazione, 10.000 persone tra attori e tecnici, 12 milioni di dollari d'investimento. Kubrick è già Kubrick nel 1960, ma la libertà creativa totale gli è ancora negata. E il film, pur indubitabilmente segnato dal genio - soprattutto nelle scene «laterali» - ne soffre un poco. Ma è sufficiente notare il mondo in cui Kubrick gira i primi piani (quasi «entrando» nell'espressione dell'attore) per far scrivere il suo nome nella storia del cinema.
  153. Teresa Venerdì (I, 1941, 95 minuti) di Vittorio De Sica. Con Vittorio De Sica, Adriana Benetti, Anna Magnani. Da un romanzo di Rudolf Torök. Un po' assuefatti alla semplice perfezione delle commedie americane, spesso dimentichiamo che anche in Italia ci sono state commedie convincenti per sceneggiatura, ambientazione, personaggi. E questo film (il terzo di De Sica regista) è sicuramente una commedia da (ri)scoprire.
  154. The eye - Lo sguardo (Eye of the beholder, GB/USA/CAN, 1999, 170 minuti) di Stephan Elliott. Con Ewan McGregor, Ashley Judd. Da un romanzo di Marc Behm. E' vero: lo sceneggiatore e il regista hanno «dimenticato» il finale, eppure qualcosa di nuovo (e di buono) si trova in questo noir che probabilmente non sarebbe dispiaciuto a Hitchcock: un'ambientazione convincente, un ritmo singolare, una storia che suggerisce più che mostrare. Il risultato non è altissimo, però avercene, di film così...
  155. Trappola di cristallo (Die hard USA, 1988, 132 minuti) di John McTiernan. Con Bruce Willis, Alan Rickman, Bonnie Bedelia. Dal romanzo di Roderick Thorp. ... e proprio quando avevamo perso ogni speranza, giunse Die Hard. Vero film hollywodiano nel senso migliore del termine, ha dato nuova linfa al film d'azione, svecchiandolo di tutti i cascami jamesbondiani. Il John McClane di Bruce Willis è uno splendido esempio moderno dell'eroe solitario che il western ci aveva fatto conoscere; l'Hans Gruber di Alan Rickman è un cattivo come non se ne vedevano da tempo; la sceneggiatura non perde un colpo; i dialoghi sono brillanti come nelle vere commedie. Nel suo genere, un vero capolavoro.
  156. Turista per caso (The accidental tourist, USA, 1988, 122 minuti) di Lawrence Kasdan. Con William Hurt, Kathleen Turner, Geena Davis. Dal romanzo di Anne Tyler. Potrebbe sembrare un film basato su un bellissimo soggetto e con un formidabile gruppo di attori. Ma non è così: la sensibilità così atipica di Kasdan arricchisce ogni sequenza di una luce diversa e «illuminante», risolve con dettagli raffinatissimi le scene più difficili, rende tutto straordinariamente (e ingannevolmente) semplice.
  157. Un affare di gusto (Une affaire de goût, F, 2001, 92 minuti) di Bernard Rapp. Con Bernard Giraudeau, Jean-Pierre Lorit. Dal romanzo Affaires de goût di Philippe Balland. A dimostrazione che anche in Europa gli sceneggiatori in gamba non mancano... Un film che sfugge a qualsiasi classificazione, leggero e tetro nel contempo, percorso dai brividi della trasgressione e recitato benissimo.
  158. Un bacio e una pistola (Kiss me deadly, USA, 1955, 105 minuti) di Robert Aldrich. Con Ralph Meeker, Albert Dekker, Cloris Leachman. Dal romanzo di Mickey Spillane. Ha influenzato tutti i registi che hanno voluto rileggere il noir (da Godard a Tarantino). Allucinato, violento, spiazzante eppure lucidissimo.
  159. Un maledetto imbroglio (I, 1960, 112 minuti) di Pietro Germi. Con Pietro Germi, Claudio Gora. Dal romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Correte a riscoprire Pietro Germi prima che (ri)torni di moda. Già Scorsese lo ha omaggiato esplicitamente e ben presto si accoderanno in molti. Regista atipico e impervio, ha lavorato come nessun altro in Italia a una rilettura del cinema classico americano, aggiungendovi un tocco caustico e graffiante molto europeo. Dotato di una consapevolezza estrema sulle possibilità e sui limiti del linguaggio cinematografico, «guarda» alle sue storie con occhio mai banale, acutissimo. Ma forse, come scrissero i Cahiers du cinéma, la sua caratteristica più singolare è proprio quella di «filmarsi mentre sta filmando».
  160. Un uomo senza scampo (I walk the line, USA, 1970, 95 minuti) di John Frankenheimer. Con Gregory Peck, Tuesday Weld, Charles Durning. Da un romanzo di Madison Jones. Film insolito e quasi dimenticato, è invece memorabile per la sua puntuale, meticolosa, straziante descrizione dell'America rurale. Personaggi vigorosi nella migliore tradizione classica, e un Gregory Peck come non l'avete mai visto.
  161. Un viaggio nel cinema americano secondo Martin Scorsese (A personal journey with Martin Scorsese through american movies, USA, 1995, 226 minuti) di Martin Scorsese. No, non è tratto da un romanzo, ma questo magnifico documentario è una tappa assolutamente obbligata per chiunque ami leggere (scrivere, filmare) storie. Tecniche di racconto e ossessioni personali, schegge notissime o dimenticate, commenti di rara intelligenza e profondità: Scorsese conosce come pochi altri quella «macchina di storie» che è il cinema americano e la smonta per noi con eleganza e maestria. Nessun corso di scrittura creativa, nessun seminario di sceneggiatura o di regia potranno eguagliare questa superba lezione.
  162. Via col vento (Gone with the wind, USA, 1939, 222 minuti) di Victor Fleming. Con Vivien Leigh, Clark Gable, Leslie Howard, Olivia de Havilland, Hattie McDaniel. Dal romanzo di Margaret Mitchell. Difficile non averlo visto, ma utile rivederlo, magari per seguire, invece della storia, lo sviluppo dei personaggi, la volontà di dare loro una coerenza paradigmatica e universale. Trionfo della volontà di David O. Selzinick (il produttore per antonomasia), rimane un film-svolta, un punto di non ritorno per il concetto stesso di «film hollywoodiano». Un consiglio: dopo, se non avete letto ill romanzo della Mitchell, almeno leggete la bellissima analisi di Paola Cristalli in un libretto uscito presso Lindau nella collana Universale Film e che s'intitola, appunto Via col vento. Scoprirete fatti e misfatti che neppure immaginate...
  163. Vinyl (Vinyl, USA, 1965, 64 minuti) di Andy Warhol. Con Tosh Carrillo, Gerard Malanga. Da Un'arancia a orologeria di Anthony Burgess. Sei anni prima di Kubrick, Warhol inietta la sua dose d'iperrealismo nel romanzo di Burgess. E lo «immobilizza», quasi sottoponendo lo spettatore a un «trattamento Lodovico», in cui la vita diventa indistingibile dal film, in cui tutti sono attori e spettatori nel contempo. Registratelo: è difficile che la videoteca sotto casa ve ne procuri una copia...
  164. Vittoria amara (Bitter victory [Amère victoire], USA/F, 1957, 98 minuti) di Nicholas Ray. Con Richard Burton, Curd Jürgens. Da un romanzo di René Hardy. Film aspro, non particolarmente amato dal pubblico o dalla critica, ma che ha segnato profondamente registi quali Jean-Luc Godard, che ha scritto: «Questo film, come il sole, vi farà chiudere gli occhi. La verità rende ciechi.»