- 2010 - L'anno del
contatto (2010, USA,
1984, 120 minuti) di Peter Hyams. Con Roy Scheider, Helen Mirren,
Keir Dullea. Dal romanzo di Arthur C. Clarke. No,
non è Kubrick. Ma è un grande film di fantascienza,
grazie anche al fatto che il regista ha avuto un controllo creativo
totale sull'opera (è anche sceneggiatore - con Clarke -,
direttore della fotografia e produttore). Da rivalutare, dimenticando
i confronti inutili.
- Al di là della
vita (Bringing out the
dead, USA, 1999, 111 minuti) di Martin Scorsese. Con
Nicolas Cage, John Goodman. Da un romanzo di Joe Connelly. Ancora una volta Scorsese è
«avanti», supera di slancio i confini tracciati da quei
registi che si piccano di descrivere la degradazione urbana
(producendo solo operine tanto manieriate quanto violente) e atterra
nel regno dei morti, che poi è il nostro mondo, rispecchiato
ovviamente nella sua New York. Un'allucinazione potente, talvolta
intollerabile, una vicenda dolorosamente morale, uno sguardo
lucidissimo e unico.
- Amore sublime (Stella Dallas, USA, 1937, 105 minuti)
di King Vidor. Con Barbara Stanwick, John Boles. Da un romanzo di
Olive Higgins Prouty. Remake del film girato da
Henry King nel 1925, è un superbo melodramma, costruito e
diretto con mano ferma e recitato con convinzione assoluta. Per chi
vuole immergersi in un classico, citatissimo ma raramente visto
davvero.
- Anna Karenina (Anna Karenina, USA, 1935, 97 minuti) di
Clarence Brown. Con Greta Garbo, Frederic March. Dal romanzo di Lev
Nikolaevic Tolstoj. Elegante, composta riduzione
del celeberrimo romanzo, questo film non si segnala soltanto per la
straordinaria performance della Garbo (che adorava il personaggio di
Anna), ma anche per la fluidità con cui sceneggiatori e
regista sono riusciti a rendere la ricchissima materia tolstojana. Da
segnalare alcuni momenti assai incisivi: la «carrellata»
iniziale sul tavolo da pranzo, la scena del ballo (di rara perfezione
tecnica, per l'epoca) e l'incontro presso la piscina.
- Arrivò l'alba
(Never let me go, USA, 1953, 95
minuti) di Delmer Daves. Con Clark Gable, Gene Tieney. Da un romanzo
di Roger Bax. Bisognerebbe condannare l'intero
cast tecnico e artistico di Pearl
Harbor a vedere questo film sino allo sfinimento. E non
perché sia eccezionale, ma perché colpisce proprio nei
punti in cui la megaproduzione fallisce miseramente: una storia
solida e non banale, attori sempre in parte, regia funzionale e un
adeguato tocco di patriottismo da guerra fredda.
- Bande à part
(Bande à part, F, 1964, 92
minuti) di Jean-Luc Godard. Con Anna Karina, Claude Brasseur. Da un
romanzo di Dolores Hitchens. Come ha scritto il
critico Roland-François Lack: «Camera a mano, luce
naturale negli esterni, cruda luce artificiale negli interni,
incoerenza nella narrazione, 'errori' di montaggio, manipolazione dei
suoni, digressioni, citazioni, battute.. Tutte queste caratteristiche
ben riconoscibili [di Godard] sono presenti, ma, ormai, fanno parte
di uno stile personale, che si evolve all'interno della filmografia
di un autore e e non all'interno di uno sforzo filmico collettivo.
Bande à part non è solo un altro film della
Nouvelle Vague, ma, come i titoli di testa evidenziano anche
graficamente è un film di JEAN-LUC CINEMA GODARD.
- Barry Lyndon (Barry Lyndon, GB, 1975, 184 minuti) di
Stanley Kubrick. Con Ryan O'Neal, Marisa Berenson. Dal romanzo di
William Makepeace Thackeray. Nulla è
casuale in Kubrick e nulla è fatto per compiacere il pubblico:
così il tour de force tecnico che segna questo film (Kubrick
costruì addirittura una macchina da presa particolare per
girare le celeberrime scene a lume di candela), la sua bellezza
apparentemente indecifrabile, il suo sviluppo rigoroso e disascalico
sono il portato diretto del suo assunto, che è poi l'assunto
di tutti il film di Kubrick: la lotta tra la mente logica e
l'istinto, tra la luce accecante e l'ombra profonda che convivono
nell'animo umano.
- C'era una volta in
America (Once upon a time in
America, I/USA, 1984, 139 minuti) di Sergio Leone. Con
Robert De Niro, James Wood. Da un romanzo di Harry Grey. Regista spesso sopravvalutato, Leone segna con questo
film la sua opera più convinta e convincente. Siamo lontani
dalla capacità immaginifica di Coppola o dalla limpida
visionarietà di Scorsese, ma il tono «trasognato»
riesce a far superare gli inciampi di una sceneggiatura un po'
farraginosa. Straordinario (soprattutto per un regista italiano)
l'uso del sonoro.
- Cabaret (Cabaret, USA, 1972, 123 minuti) di Bob Fosse.
Con Liza Minnelli, Michael York. Da Addio a Berlino di
Christopher Isherwood. Genio del ritmo e del
tempo, unghia affilatissima nella carne delle convenzioni morali e
sociali, Fosse orchestra e dirige lo spettacolo della vita (ma anche
la vita dello spettacolo), riuscendoci così bene da ingannare
persino la stolida e bacchettona Hollywood, che gli consegnò
ben cinque Oscar: per la regia, la fotografia (Geoffrey Unsworth), la
direzione musicale (Ralph Burns), l'attrice protagonista (Liza
Minnelli) e l'attore non protagonista (Joel Grey).
- Caccia a Ottobre
Rosso (The hunt for Red
October, USA, 1990, 135 minuti) di John McTiernan. Con
Sean Connery,Alec Baldwin. Da un romanzo di Tom Clancy. Cosa importa se Alec Baldwin riesce a togliere
qualsiasi nerbo al bellissimo personaggio di Jack Ryan (che infatti
sarà in seguito interpretato da Harrison Ford)? Abbiamo
comunque John «polso d'acciaio» McTiernan alla regia, uno
Sean Connery che conferisce al comandante Marko Raimus i tratti della
leggenda, un cast di comprimari tra cui spiccano stelle come Scott
Glenn, James Earl Jones e soprattutto Sam Neill, una storia di
«guerra sottomarina» tra le più belle mai
raccontate. Un film d'azione che regge il confronto del tempo e che,
miracolosamente, non ha neppure un istante di pausa. Divertimento ad
altissimo livello.
- Caccia al ladro
(To catch a thief, USA, 1955, 98
minuti) di Alfred Hitchcock. Con Cary Grant, Grace Kelly. Da un
romanzo di David Dodge. Come sempre, per
«Hitch», la verosimiglianza è secondaria,
l'apparenza inganna, i piani si mescolano. In questo film, una storia
piuttosto risibile diventa il prestesto per un esplorazione dello
spazio (il mercato dei fiori, l'hotel, la casa del
«Gatto», la spiaggia...) e delle emozioni (la paura, il
sospetto, l'amore...) Il tutto pervaso da una pungente, magnifica
ironia.
- Caccia sadica (Figures in a landscape, GB, 1970, 98
minuti) di Joseph Losey. Con Robert Shaw, Malcolm McDowell. Da un
romanzo di Barry England. Due uomini, ammanettati
l'uno all'altro, stanno disperatamente tentando di sfuggire a un
elicottero nero che li insegue. Chi sono quei due uomini? Da dove
vengono? Perché qualcuno li insegue? In un film massacrato dai
produttori e mai veramente distribuito (eppure anticipa il ben
più celebre Duel di Steven
Spielberg), Jospeh Losey raggiunge la rarefazione massima del suo
cinema rarefatto, basato sull'ambiguità dei personaggi e dei
luoghi e su una agghiacciante sensazione d'inutilità. Un
capolavoro mutilato ma imperdibile.
- Carlito's way (Carlito's way, USA, 1970, 142 minuti)
di Brian De Palma. Con Al Pacino, Sean Penn. Dai romanzi Carlito's way e Ore piccole di Edwin Torres. Si sa che, con Brian De Palma, è inutile parlare
di convenzioni o di normalità. Figlio lisergico di Alfred
Hitchcock (ma anche di Max Ophuls), De Palma è un patologo del
cinema, seziona e analizza ogni immagine, caricandola di mille
significati. E qui, grazie a uno dei personaggi migliori che mai gli
sia capitato di trattare e alla splendida prova di Pacino, si
scatena, tracciando una nera parabola di vita cui è
impossibile rimanere indifferenti.
- Casinò (Casino, USA, 1995, 178 minuti) di
Martin Scorsese. Con Robert De Niro, Joe Pesci, Sharon Stone. Dal
libro di Nicholas Pileggi. Il denaro e l'amore.
Bach e i Rolling Stones. La violenza e la tenerezza. Il potere e la
sconfitta. Solo Scorsese poteva fare un film da premesse così
ambiziose. E solo Scorsese poteva farne un capolavoro assoluto. Un
film che si può vedere mille volte, seguendo ogni volta un
percorso diverso: quello dolorosamente tragico di Sam
«Ace» Rothstein (De Niro), quello disperatamente coerente
di Ginger (Stone), quello cupamente segnato di Nicky Santoro (Pesci),
quello implacabile del denaro, quello imprevedibile dell'amore... Il
tutto visto attraverso gli occhi di un regista capace di stupire e di
mettersi (ancora e sempre) in gioco. Una lezione da imparare, anche
se il modello rimane inimitabile.
- Come le foglie al vento
(Written on the wind, USA, 1956,
100 minuti) di Douglas Sirk. Con Rock Hudson, Lauren Bacall. Da un
romanzo di Robert Wilder. «Il cinema
è sangue, violenza, amore. E nei film di Douglas Sirk ci sono
lacrime, sangue, violenza, amore… Sirk ha detto: 'Non si
possono fare film sulle cose, si
possono soltanto fare film con le
cose, con le persone, con la luce, i fiumi, gli specchi, il
sangue... In altre parole con tutte quelle cose meravigliose che
rendono la vita degna di essere vissuta'.» Così ha
scritto Rainer Wender Fassbinder su Douglas Sirk. Quindi non cercate
la verità, in questo film; cercate invece il genio che tenta
di dominare la materia della follia e che ci regala un racconto
impagabile sull'importanza del «vedere».
- Destini incrociati
(Random hearts, USA, 1999, 129
minuti) di Sydney Pollack. Con Harrison Ford, Kristin Scott-Thomas.
Dal romanzo di Warren Adler. Trascurato
all'uscita e presto dimenticato, Destini
incrociati è una delle storie d'amore più
strazianti e incisive degli anni '90, arricchita da quegli elementi -
l'ossessione inarrestabile, la ricerca dolorosa, la normalità
infranta - che Pollack ha sempre trattato così bene. Per gran
parte del film, tutto scorre sottopelle e l'evoluzione psicologica
dei protagonisti viene narrata attraverso piccoli spostamenti
emotivi, simili a scosse di assestamento di un terremoto. Poi, allo
scatenarsi di un «nuovo» terremoto, ogni cosa cambia...
Nel cinema americano, orgoglioso delle sue reboanti maiuscole al
neon, un film come questo - che sembra scritto a mano, in lettere
minuscole - è una perla da non lasciarsi sfuggire.
- Detour (Detour, USA, 1946, 67 minuti) di Edgar
G. Ulmer. Con Tom Neal, Ann Savage. Da un romanzo di Martin
Goldsmith. Sebbene l'espressionismo non sia
arrivato a Hollywood con questo film, il risultato del gioco di ombre
e di luci creato da Ulmer è assolutamente superbo. Un
risultato psicologico, soprattutto, nel tracciare la discesa agli
inferi di un uomo in cui la colpevolezza e l'innocenza si fondono in
maniera umanissima. Girato in soli sei giorni - con un budget
ridicolo - nel 1993 è entrato nel novero dei «film da
salvare» secondo la lista stilata dalla Library of
Congress.
- Dracula (Bram Stoker's Dracula, USA, 1992, 130
minuti) di Francis Ford Coppola. Con Gary Oldman, Keanu Reeves,
Winona Ryder. Dal romanzo di Bram Stoker.
Ossessione è la parola chiave per aprire l'universo di Francis
Ford Coppola. Qui è l'ossessione dell'amore, trasfigurata nel
corpo e nello spirito del Dracula più umano e commovente che
si sia mai visto (o immaginato). Ma è anche l'ossessione dello
sguardo, la magia del poter vedere la realtà e la maledizione
del non poterla vedere. La rilettura è ardita, però
Coppola la gestisce da maestro, calando le sue idee in un'orgia di
colori e di forme come se fosse stato lui a scoprire il cinema. E fa
tutto ciò rimanendo fedele (spesso alla virgola) al romanzo di
Stoker. Da vedere e rivedere.
- Due settimane in un altra
città (Two weeks in
another town, USA, 1962, 107 minuti) di Vincent Minnelli.
Con Kirk Douglas, Cyd Charisse. Da un romanzo di Irvin Shaw. Seguito ideale di Il bruto e la bella (1952)
dello stesso Minnelli, è un film amarissimo sulla
decomposizione del cinema o, meglio, del sistema degli Studios. Qui
il geniale istinto melodrammatico di Minnelli talvolta va fuori
registro, ma le colpe maggiori si devono attribuire alla produzione,
che modificò pesantemente l'idea originale del regista. E
alcune scene «forti» rimangono comunque
indimenticabili.
- Duel (Duel, USA, 1971, 90 minuti) di Steven
Spielberg. Con Dennis Weaver, Tim Herber. Da un racconto di Richard
Matheson.Il film di un bambino che, ricevuta in
regalo una telecamera, ne mangiava i pezzi per «capire»
come funzionava. Il film di un ragazzo che, avuta finalmente la
possibilità di fare cinema, dimostra di aver capito benissimo
come funziona la macchina da presa. In questa sfida di 90 minuti tra
un uomo (qualsiasi) e una macchina, c'è già tutto
Spielberg, fino a A.I. e forse
anche oltre.
- Duello al sole (Duel in the sun, USA, 1946, 136 minuti)
di King Vidor. Con Gregory Peck, Jennifer Jones. Da un romanzo di
Niven Busch. Film dalla lavorazione
tormentatissima, segnato dagli scontri tra Vidor e il produttore
Selznick, ancora oggi colpisce per la sua cupezza emotiva e per
l'intensità quasi offensiva dei suoi colori, specchio della
torrida passione che sta al centro della storia. La sequenza finale -
all'epoca molto contestata - ha influenzato intere generazioni di
registi.
- El Dorado (El Dorado, USA, 1967, 128 minuti) di
Howard Hawks. Con John Wayne, Robert Mitchum. Da un romanzo di Harry
Brown. Usando lo stesso schema di Un dollaro d'onore, Hawks accende gli
ultimi fuochi del western e li trasforma in leggenda: le rughe di
John Wayne rivelano la nostalgia di un tempo che non può
ritrovare, il gioco dell'amicizia maschile - fondamentale per Hawks -
si colora di amarezza. Ma la mano del regista è, come sempre,
sicurissima nella direzione degli attori e nella costruzione della
messa in scena. Anche se si dice che Hawks fosse così
insoddisfatto di questo film da averlo montato e ri-montato ben
dodici volte!
- Essi vivono (They live, USA, 1988, 97 minuti) di
John Carpenter. Con Roddy Piper, Keith David. Da un racconto di Ray
Nelson. Se Carpenter sapesse trattenersi, se
fosse consapevole sino in fondo della potenza delle immagini che
riesce a produrre, sarebbe uno dei più grandi registi viventi.
Lo dimostra questo film, denso di intuizioni geniali, ma minato da
un'incoerenza di stile che finisce per indebolirlo.
- Eyes wide shut (Eyes wide shut, GB, 1999, 160 minuti)
di Stanley Kubrick. Con Nicole Kidman, Tom Cruise. Da Doppio sogno di Arthur Schnitzler.
Trasmettere questo film in prima serata - con gli
inevitabili tagli e le interruzioni pubblicitarie - è quasi
un'offesa. Da vedere - in questa forma - se ci si accontenta di
cogliere qualche barlume di genio. Da avere - in videocassetta o DVD
- per (provare a) entrare nelle profondità di un cinema che
dimostra come l'individuo non abbia speranza di uscire indenne dalle
proprie ossessioni. Forse non il migliore film di Kubrick, ma di
certo quello più amaro.
- Fahrenheit 451 (Fahrenheit 451, GB, 1966, 112 minuti)
di François Truffaut. Con Oskar Werner, Julie Christie. Dal
romanzo di Ray Bradbury. Tormentatissimo nella
lavorazione, massacrato dai critici, era uno dei film meno amati
dallo stesso Truffaut. Ma sarebbe bene rivalutarne l'audacia filmica
(mai futuro cinematografico è stato così vuoto e
alienante, così simile a un presente scarnificato),
l'intensità nella rappresentazione dell'amore per i libri e
certe scene che hanno sicuramente segnato più di un film
successivo (il «pompiere» Montag che legge,
l'inseguimento...)
- Fantômas contro
Fantômas (Fantômas
contre Fantômas, F, 1914, 59 minuti) di Louis
Feuillade. Con René Navarre, Edmond Bréon. Dai romanzi
di Pierre Souvestre e Marcel Allain. Quarto dei
cinque film - girati tra il 1913 e il 1914 - su Fantômas. Il
titolo originario - Le policier
apache - fu modificato per ragioni di censura. Contiene
alcune tra le sequenze più efficaci della serie, come quella
del «muro di sangue» e del ballo in maschera.
- Fantômas (Fantômas - À l'ombre de la
guillotine, F, 1913, 54 minuti) di Louis Feuillade. Con
René Navarre, Edmond Bréon. Dai romanzi di Pierre
Souvestre e Marcel Allain. Primo di cinque film
- girati tra il 1913 e il 1914 - è un assoluto capolavoro per
inventiva filmica e capacità di «creare» un
personaggio capace di affascinare il pubblico (diede persino origine
a quello che, forse, è il primo caso di merchandising della
storia del cinema). Più onirico dei successivi, ma anche
incredibilmente duro e violento per l'epoca.
- Finalmente domenica!
(Vivement dimanche!, F, 1983, 112
minuti) di François Truffaut. Con Fanny Ardant, Jean-Louis
Trintignant. Dal romanzo Morire
d'amore di Charles Williams. Un tocco
di nero su una storia d'amore, un tocco straniante, Fanny Ardant che
sembra la reincarnazione della scatenata Susanna di Howard Hawks...
Un raffinatissimo divertimento, quindi, e un ennesimo atto d'amore
per la libertà del cinema. L'ultimo film di Truffaut, che
morirà un anno dopo.
- Fra le tue braccia
(Cluny Brown, USA, 1946, 100
minuti) di Ernst Lubitsch. Con Jennifer Jones, Charles Boyer. Da un
romanzo di Marjorie Sharp. Il caustico,
raffinatissimo maestro della commedia colpisce ancora. Il ritratto
sociale che emerge da questo film è tanto divertente quanto
corrosivo, ma i personaggi sono animati da una sottile vena di
romanticismo che riequilibra il tutto. Viene trasmesso molto
raramente: da non perdere.
- Fratello, dove sei?
(O brother where art thou?, USA,
2000, 102 minuti) di Joel Coen. Con George Clooney, John Turturro.
Ispirato all'Odissea di Omero. Nel
capolavoro di Preston Sturges I dimenticati (1942), John Lloyd
Sullivan, stanco di girare film «leggeri», è ben
deciso a portare a termine il progetto di Fratello dove sei?,
un film che mira a raccontare le «sofferenze
dell'umanità». Per conoscere meglio tali sofferenze, il
regista si traveste persino da barbone, ma una serie di sfortunate
circostanze lo conducono in carcere, dove scoprirà il potere
vitale del sorriso e della risata. Riprendendo il titolo di Sturges,
i Coen omaggiano il momento «epico» della commedia
americana - innestandoci una robusta dose della loro tipica verve
surreale - e rilanciano la possibilità concreta di una storia
imprevedibile e straniante, fuori dei binari correnti. E
benché il risultato sia discontinuo, il tentativo è
assai coraggioso e va comunque apprezzato.
- Full metal jacket (Full metal jacket, USA/GB, 1997, 117
minuti) di Stanley Kubrick. Con Matthew Modine, R. Lee Ermey. Da un
romanzo di Gustav Hasford. Quanto a lungo si
può fissare il male? Un film intero è troppo, dice
Kubrick. E allora taglia la sua opera a metà, rendendo
così ancora più efficace la sua parabola sulla vera
origine del dolore e della spersonalizzazione. E ci spiega che, in
fondo, siamo tutti come il soldato Joker, che porta sull'elemetto la
scritta Born to kill e sul petto
il simbolo della pace.
- Giardini di pietra
(The gardens of stone, USA, 1987,
112 minuti) di Francis Ford Coppola. Con James Caan, Anjelica Huston.
Da un romanzo di Nicholas Proffitt. Sono passati
quasi dieci anni da Apocalypse
Now. Basta Vietnam, dunque? Niente affatto, perché
rimane comunque da raccontare l'altra faccia dello specchio, la vita
di quelli che stanno a casa, anzi di quelli che stanno ad Arlington,
al più importante cimitero militare degli USA. Il dolore
riflesso, lo strazio femminile, la consapevolezza impotente,
l'assenza... Ancora una volta, e con grande forza, Coppola ci rivela
la sua capacità più alta: quella di raccontare i
percorsi dei sentimenti umani, delle illusioni che fanno vivere o che
spingono a cercare la morte.
- Giorni perduti (The lost weekend, USA, 1945, 101
minuti) di Billy Wilder. Con Ray Milland, Jane Wyman. Da un romanzo
di Charles R. Jackson. Allucinato eppure
drammaticamente realistico, è ancora oggi un ritratto perfetto
della disperazione generata dall'alcolismo. Le carte vincenti sono
l'ambientazione - una New York cupa e distaccata -, la sceneggiatura
- dello stesso Wilder e di Charles Brackett - che tiene tutto sotto
controllo e Ray Milland, mai più così incisivo. Quattro
Oscar - al film, al regista, alla sceneggiatura e al protagonista - e
premio sia a Billy Wilder sia a Ray Milland al primo Festival di
Cannes.
- Giungla d'asfalto
(The asphalt jungle, USA, 1950,
134 minuti) di John Huston. Con Sterlyn Hayden, Louis Calhern. Da un
romanzo di W.R. Burnett. Tutto il rigore di John
Huston, supportato da un cast in cui spicca Sterling Hayden (forse
l'attore più sottovalutato del cinema americano) e dalla
magnifica fotografia in bianco e nero di Harold Rosson. Fondamentale
per capire l'evoluzione del genere noir.
- Gli uccelli (The Birds, USA, 1963, 120 minuti) di
Alfred Hitchcock. Con Rod Taylor, Tippi Hedren. Da un racconto di
Daphne du Maurier. La teoria della paura prende
corpo filmico. Per afferrare l'incredibile maestria di questo
regista, basta ricordare la celeberrima sequenza della scuola, che
dimostra come la messa in scena di Hitchcock non sia mai lineare, ma
lavori sempre sulla successione delle immagini intese nel loro
rapporto con le attese e i desideri dello spettatore (in questo caso,
noi "vediamo" gli uccelli, mentre la protagonista li ignora... e da
questo nasce la suspense). Un curiosità: il film non ha
colonna sonora, a eccezione dei suoni creati da Oskar Sala con uno
strumento elettronico chiamato mixtrautonium, e del canto dei bambini
(sempre nella scuola).
- Gli uomini preferiscono le
bionde (Gentlemen prefer
blondes, USA, 1953, 95 minuti) di Howard Hawks. Con
Marilyn Monroe, Jane Russell. Dal romanzo di Anita Loos. Film più citato - spesso a sproposito - che
visto, è unostrano oggetto rutilante e fuori degli schemi
(basti la sequenza iniziale, con la sgargiante serie di rossi, neri e
blu), indimenticabile per la sua intrinseca follia e per la pungente
descrizione del rapporto tra i sessi.
- Hellraiser (Hellraiser, GB, 1987, 94 minuti) di
Clive Barker. Con Andrew Robinson, Clare Higgins. Dal romanzo di
Clive Barker.Sì, ormai è un po'
invecchiato, ma i Supplizianti (Cenobites, in inglese) rimangono una
delle invenzioni filmiche più terrorizzanti di tutti i tempi e
contribuiscono a creare un universo unico, che mozza il respiro,
permeato d'incubo e di dolore.
- Ho camminato con uno
zombie (I walked with a
zombie, USA, 1943, 86 minuti) di Jacques Tourneur. Con
Frances Dee, Tom Conway. Ispairato a Jane
Eyre di Charlotte Brontë. "La cosa che più spaventa è il
buio", diceva Kirk Douglas-Jonathan Shields nel magnifico Il bruto e la bella (1952) di Vincente
Minnelli, uno dei miglior film sul cinema mai realizzati. E quella
frase probabilmente era scritta a lettere cubitali nell'ufficio del
produttore Val Lewton, maestro nel costruire atmosfere di puro
terrore con pochissimi mezzi. Ma il capolavoro lo crea soprattutto
Tourneur, che usa quelle quelle atmosfere per creare un'inquietante
quadro della mente umana.
- I cavalieri del
Nord-Ovest (She wore a yellow
ribbon, USA, 1949, 105 minuti) di John Ford. Con John
Wayne, Joanne Dru. Dai racconti War
party e The big hunt
di James Warner Bellah. Unico film della
cosiddetta «Cavalry Trilogy» [completata dal Massacro di Fort Apache (1948) e da
Rio Bravo (1950)] a essere girato
a colori, è considerato da alcuni forse un po' troppo
sentimentale e malinconico. Ma la potenza epica dei personaggi - John
Wayne e Victor McLagen su tutti - lo riscatta adeguatamente. Oscar al
direttore della fotografia, Winton C. Hock: mai più la
Monument Valley sarà rappresentata con tanta partecipazione
emotiva.
- I gioielli di Madame
de... (Madame de...,
I/F, 1953, 104 minuti) di Max Ophuls. Con Danielle Darrieux, Vittorio
De Sica. Da un romanzo di Loiuse de Vilmorin. Difficile trovare un film più bello e crudele di
questo, che ha il coraggio di raccontare l'amore e la disperazione,
la passione e la tragedia attraverso i dettagli, le piccole cose
insignificanti. Bastano due orecchini - come a Otello bastava un
fazzoletto e alla protagonista della Donna
che visse due volte una collana - per rovesciare un mondo,
per mutare la vita in morte. E su questo ricamo, che andrebbe visto e
rivisto per coglierlo in pieno, vola la macchina da presa di Ophuls,
libera di avvolgere i protagonisti in piani sequenza travolgenti. Non
stupisce affatto che Welles e Kubrick guardassero a questo cineasta
come a un assoluto maestro.
- I migliori anni della nostra
vita (The bst years of our
life, USA, 1946, 172 minuti) di William Wyler. Con Fredric
March, Myrna Loy. Da un romanzo di MacKinlay Kantor. Classicissimo film sul dramma - umano - della guerra e
sui problemi dei reduci, raggiunge un delicato e apparentemente
impossibile equilibrio grazie alla fotografia limpida e stilizzata di
Greg Toland e alla «mano realistica» del sottovalutato
William Wyler. Il cinico, sprezzante Billy Wilder sosteneva di non
riuscire a guardare questo film senza sciogliersi in lacrime. Sette
Oscar: film, regia, attore protagonista (Fredric March) e non
protagonista (Harold Russell), montaggio, sceneggiatura non originale
e musica.
- I protagonisti (The player, USA, 1962, 124 minuti) di
Robert Altman. Con Tim Robbins, Greta Scacchi. Dal romanzo di Michael
Tolkin. Attenzione alle staffilate, perché
Robert Altman, come sempre, non castiga soltanto i carnefici (nella
fattispecie quelli che, a Hollywood, fanno il bello e cattivo tempo
cinematografico), ma anche le (presunte) vittime (cioè gli
spettatori). Sotto il divertentissimo gioco di citazioni, e grazie
anche ad alcune stupefacenti prove d'attori, ci ritroviamo davanti un
mondo senza neppure un briciolo di speranza, senza neppure il barlume
di un futuro migliore. Il nostro mondo, insomma, filtrato attraverso
la lente di uno dei pochissimi registi contemporanei che ancora - per
nostra fortuna - si ostina a girare commedie morali.
- I tre giorni del
condor (Three days of the
condor, USA, 1975, 120 minuti) di Sydney Pollack. Con
Robert Redford, Faye Dunaway. Dal romanzo di James Grady. Forse uno dei film più belli di un regista che
si è sempre mosso con discrezione e abilità nel solco
dei generi classici, tracciando storie che hanno come protagonisti
uomini e donne segnati dalla sconfitta e dalla disillusione. Un
autore singolarmente sensibile - in senso sia visivo sia emotivo - e
assolutamente da rivalutare.
- Il braccio violento della
legge (The french
connection, USA, 1971, 105 minuti) di William Friedkin.
Con Gene Hackman, Fernando Rey. Da un romanzo di Robin Moore. I cinque Oscar - film, regia, attore protagonista,
montaggio, sceneggiatura non originale - sono quasi pochi per un film
che, ancora oggi, sorprende per la terribile, raffinatissima
ambiguità, per le scene d'azione incredibilmente realistiche e
per un'orchestrazione pressoché perfetta. Gene Hackman, poi,
è semplicemente immenso.
- Il buio nella mente
(La cérémonie, F/D,
1995, 111 minuti) di Claude Chabrol. Con Isabelle Huppert, Sandrine
Bonnaire. Da un romanzo di Ruth Rendell. Se non
conoscete Ruth Rendell e Claude Chabrol, questo è un buon film
per innamorarvi di entrambi. La prima v'incanterà per la
tagliente leggerezza delle sue storie e per la sua capacità di
scrutare sino in fondo (e senza tremare) gli impulsi più
inconfessabili dell'animo umano; il secondo vi sedurrà con le
sue immagini «minimaliste», logiche e precise,
indifferenti alle leggi della spettacolarità eppure quasi
ipnotizzanti. Da vedere e rivedere.
- Il caro estinto
(The loved one, USA, 1965, 123
minuti) di Tony Richardson. Con Robert Morse, Dana Andrews. Dal
romanzo di Evelyn Waugh. C'era una volta un
popolo (inglese) che non voleva favolette consolatorie e, sebbene in
trasferta hollywoodiana, sapeva regalarci film come questo: serrato,
pungente, macabro senza compiacimento, travolgente. Quel popolo oggi
si accontenta di Quattro matrimoni e un
funerale e non sa più che cos'è l'ironia.
Peccato, perché Tony Richardson - regista dimenticato dai
più - aveva un tocco di classe impareggiabile e una mano
fermissima anche nel raccontare - con feroce sarcasmo - la
morte.
- Il colore dei soldi
(The color of money, USA, 1986,
119 minuti) di Martin Scorsese. Con Paul Newman, Tom Cruise. Da un
romanzo di Walter Tevis. Film
«preparatorio» a quel capolavoro assoluto che è
Casinò, tesse con la
consueta abilità scorsesiana i fili lasciati liberi da Lo spaccone (grazie anche alla
sceneggiatura dello scrittore Richard Price) e delinea con spietata
precisione i rapporti e le pulsioni delle varie età della
vita. A suo tempo venne considerato un prodotto
«alimentare», ma, rivisto oggi rivela una grande energia
creativa.
- Il conte di Essex
(The Private Lives of Elizabeth and
Essex, USA, 1939, 106 minuti) di Michael Curtiz. Con Bette
Davis, Errol Flynn, Olivia de Havilland. Dal romanzo Elizabeth the Queen di Maxwell
Anderson. La «Regina Vergine» come
l'abbiamo sempre immaginata: altera, energica e... con gli occhi di
Bette Davis. Una garanzia per chi ama le storie più vere della
Storia.
- Il diavolo è
femmina (Sylvia
Scarlett, USA, 1935, 95 minuti) di George Cukor. Con
Katherine Hepburn, Cary Grant. Da un romanzo di Compton MacKenzie.
Doverosissimo e raffinato omaggio alla Hepburn in
uno dei suoi film meno conosciuti dal pubblico italiano: una storia
stravagante e ironica, in cui l'attrice si trova perfettamente a suo
agio, anche grazie alla vicinanza con un fascinoso Cary Grant.
Disprezzato all'uscita - troppo moderno e audace - il film deve la
sua efficacia anche al tocco elegante (e notoriamente
«femminile») di George Cukor, uno dei registi più
amati dalla Hepburn (nonché uno dei pochi con cui andasse
d'accordo).
- Il disprezzo (Le mépris, F/I, 1963, 103
minuti) di Jean-Luc Godard. Con Michel Piccoli, Brigitte Bardot. Dal
romanzo di Alberto Moravia. Carlo Ponti lo
sfigurò, cambiando addirittura le musiche e sconvolgendo la
pluralità linguistica del film (nella versione italiana,
l'interprete traduce dall'italiano... all'italiano). Una
riflessione-provocazione sulla mitologia del cinema, sul cinema
costruttore di miti, sui miti originari (l'Odissea) creatori di cinema. E, su
tutto, sta sospesa la frase di Louis Lumiére, ben in vista
nella scena ambientata nella saletta di proiezione: «Il cinema
è un'invenzione senza avvenire».
- Il dolce domani
(The sweet hereafter, Canada,
1997, 112 minuti) di Atom Egoyan. Con Ian Holm, Peter Donaldson,
Bruce Greenwood. Dal romanzo di Russell Banks. Un
perfetto esempio di equilibro fra tecnica ed emozione: un film
dolente, che scopre le pieghe più nascoste del dolore,
«raggelato» dall'uso straniante dello spettacolare
Cinemascope. Premio speciale della giuria al Festival di Cannes
1997..
- Il dottor Stranamore: ovvero
come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove or: how I learned to stop worrying
and love the bomb , GB, 1964, 98 minuti) di Stanley
Kubrick. Con Peter Sellers, George C. Scott, Sterling Hayden. Da un
romanzo di Peter George. Da dove cominciare?
Dall'ironia al vetriolo? Dal pessimismo assoluto, senza neppure una
stilla di speranza? Dal braccio «nostalgico» di Peter
Sellers? Dai «fluidi vitali» di Sterling Hayden? Ogni
elemento meriterebbe pagine e pagine. Scegliete voi. Ma attenti: non
vi basterà un'unica visione per apprezzare sino in fondo la
genialità dispiegata in questo film e soprattutto la sua
lucidità.
- Il falso magistrato (Le faux magistrat, F, 1914, 70 minuti)
di Louis Feuillade. Con René Navarre, Edmond Bréon. Dai
romanzi di Pierre Souvestre e Marcel Allain.
Ultimo dei cinque film - girati tra il 1913 e il 1914 - su
Fantômas. Forse è il meno convincente della serie, ma
presenta alcune sequenze formidabili, come quella in cui una pioggia
di sangue e gioielli scende sulla gente radunata in una
chiesa.
- Il fiume rosso (Red river, USA, 1948, 128 minuti) di
Howard Hawks. Con John Wayne, Montgomery Clift. Da un racconto di
Borden Chase. Non è un caso che la vita
del piccolo cinema di provincia dell'Ultimo
spettacolo di Peter Bogdanovich termini proprio con la
proiezione del Fiume rosso.
Distillato degli elementi peculiari del western - gli spazi infiniti,
l'amicizia maschile, la terra selvaggia, il contrasto tra passato e
presente -, questo film, grazie a Howard Hawks, diventa infatti anche
un canto epico e umanissimo, melanconico e sofferto, sulla
difficoltà di vivere e di sopravvivere. Da vedere o ri-vedere
anche perché fortunatamente proposto in versione originale con
sottotitoli.
- Il generale Della
Rovere (I/F, 1959, 133 minuti) di Roberto Rossellini. Con
Vittorio De Sica, Hannes Messemer. Da un racconto di Indro
Montanelli. Girato in soli due mesi, con uno
stile limpido ed essenziale (lunghi piani sequenza), non è uno
dei grandi film rosselliniani, ma la sua asciuttezza, l'eccezionale
interpretazione di Vittorio De Sica e lo sguardo
«personale» sulla Resistenza ne farebbero comunque un
punto di riferimento per chiunque volesse cimentarsi con questo tema.
Putroppo non è stato così.
- Il gigante (Giant, USA, 1956, 201 minuti) di George
Stevens. Con Rock Hudson, Elizabeth Taylor, James Dean. Da un romanzo
di Edna Ferber. Holllywood, consapevole che
sarebbe stata una delle sue ultime occasioni, celebra se stessa nel
modo più sfarzoso possibile. Un film davvero gigantesco, per
impegno produttivo, per ambizioni «morali» (il peso della
ricchezza, la perdita degli affetti, la dialettica tra le classi
sociali), per cast e location. Il risultato, poi, si è
colorato di leggenda dopo la scomparsa di James Dean (morto in un
incidente automobilistico prima della fine delle riprese). Un
film-statua, magnificamente crepuscolare. Ben lo ha capito Robert
Altman quando lo omaggia in uno dei suoi film più belli e
sottovalutati, Jimmy Dean, Jimmy
Dean.
- Il grande amore
(The old maid, USA, 1939, 95
minuti) di Edmund Goulding. Con Bette Davis, Miriam Hopkins. Da un
romanzo di Edith Wharton. Il più classico
film di attori, si direbbe, con una superba performance di Bette
Davis, che riesce a «invecchiare» in modo assai
credibile. Ma è soprattutto uno dei migliori esempi di quei
film scelti e curati in ogni aspetto dal produttore (in questo caso
Jack L. Warner): solidi, compiuti, perfetti in ogni senso. E chi
spaccia queste caratteristiche con la banalità e con la
prevedibilità, non sa che cos'è il cinema.
- Il lungo addio (The long goodbye, USA, 1973, 112
minuti) di Robert Altman. Con Elliott Gould, Sterling Hayden. Dal
romanzo di Raymond Chandler. Elliott Gould
è assai lontano dal Cary Grant che Chandler vedeva come
Marlowe cinematografico ideale, ma incarna benissimo le intenzioni di
Altman: amalgamare l'eleganza col grottesco, la smorfia con il
dolore. E il risultato è straordinario.
- Il maratoneta (Marathon man, USA, 1976, 120 minuti) di
John Schlesinger. Con Dustin Hoffman, Laurence Olivier. Dal romanzo
di William Goldman. Ricordato spesso per
l'agghiacciante sequenza della tortura, è in realtà un
film che inquieta e "disturba" in ogni scena, grazie a una
costruzione perfetta in cui la tensione si amalgama con
l'ambiguità, creando un insieme mozzafiato. L'Oscar come
migliore film dell'anno fu assegnato a Rocky (benché in lizza ci fosse
Taxi driver!) e, dei due
straordinari interpreti, Oliver fu soltanto nominato come attore non
protagonista. E tutto ciò la dice lunga sulla miopia di
Hollywood degli anni '70...
- Il massacro di Fort
Apache (Fort Apache,
USA, 1948, 92 minuti) di John Ford. Con Henry Fonda, John Wayne. Dal
racconto Massacre di James Warner
Bellah. Primo film della cosiddetta
«Cavalry Trilogy» [completata da I cavalieri del Nord-Ovest (1949) e da
Rio Bravo (1950)] è
sicuramente il più epico e «nobile». Grandi
caratterizzazioni maschili - Henry Fonda svetta su tutti -, imbevute
di lealtà e coraggio, ma anche di cupe contraddizioni.
- Il mio viaggio in
Italia (I/USA, 1999, 246 minuti) di Martin Scorsese. Seconda lezione di Scorsese sul cinema e stavolta
è il nostro cinema, quello
italiano. Come già accadeva per Un
viaggio nel cinema americano secondo Martin Scorsese, si
tratta di un'opportunità unica per chiunque affronti la sfida
della narrazione, sia come lettore/spettatore sia come creatore. La
profondità dell'analisi di Scorsese, la sua intelligenza
filmica, l'incisività dei suoi commenti rendono questo
documentario più prezioso di qualsiasi corso.
- Il padre della sposa
(Father of the bride, USA, 1991,
105 minuti) di Charles Shyer. Con Steve Martin, Diane Keaton, Martin
Short. Dal romanzo di Edward Streeter. Sì,
si può fare un bel remake, anche se alle spalle ci sono mostri
sacri come Vincente Minnelli, Elizabeth Taylor e Spencer Tracy. Basta
prendere un ottimo cast (soprattutto nei caratteristi: la performance
di Martin Short è indimenticabile), adeguare la storia quanto
basta e non sforzarsi a tutti i costi di «migliorarla». E
proprio perché sceneggiatore e regista sono stati onesti, il
risultato è piacevole e convincente. L'unico neo, per noi,
è il doppiaggio che purtroppo toglie nerbo a tutte le
caratterizzazioni.
- Il padrino (The Godfather, USA, 1972, 178 minuti)
di Francis Ford Coppola. Con Marlon Brando, Al Pacino, James Caan.
Dal romanzo di Mario Puzo. Sono passati
più di trent'anni, ma questo film non ha perso nulla del
tremendo impatto che ha dimostrato di possedere all'epoca della sua
uscita. Merito probabilmente di un cast tra i più riusciti
della storia del cinema, ma sicuramente merito di Coppola, che
disegna nuove, impreviste prospettive del film di gangster con una
capacità visionaria e una sicurezza di realizzazione che non
si vedevano dai tempi di Scarface
di Howard Hawks, cioè dal 1932.
- Il piacere (Le
plaisir, F, 1951, 95 minuti) di Max Ophuls. Con Danielle
Darrieux, Pierre Brasseur. Da tre racconti di Guy de Maupassant.
Truffaut diceva di Ophuls: «La sua
profondità si nasconde dietro la superficialità».
E basta guardare questo film per capire quanto sia vero. Un crudele
minuetto di storie d'amore raccontato con eleganza suprema e totale
controllo della materia narrativa, raccontato con piani sequenza
mozzafiato. Uno dei film preferiti di Stanley Kubrick (e non a
caso).
- Il pistolero (The shootist, USA, 1976, 92 minuti) di
Don Siegel. Con John Wayne, James Stewart. Da un romanzo di Glendon
Swarthout. Glorioso, imponente tramonto di
un'epoca, di un modo di recitare e di girare film. La data dice
tutto: il western classico è morto da un pezzo, John Wayne
morirà di lì a poco. Ma la robustezza della regia tiene
tutto sotto controllo: sarebbe ora di rivalutare davvero Don
Siegel.
- Il ritratto di Jennie
(Portrait of Jennie, USA, 1948,
87 minuti) di William Dieterle. Con Jennifer Jones, Joseph Cotten. Da
un romanzo di Robert Nathan. Singolarissimo e
quasi dimenticato film, sospeso tra realtà e immaginazione,
con effetti speciali straordinari per l'epoca (e infatti vinsero un
Oscar) che avvolgono di un'aura magica New York e Cape Cod.
Attenzione all'ultima scena, in cui il film, in bianco e nero,
«miracolosamente» si colora...
- Il romanzo di un baro
(Le roman d'un tricheur, F, 1936,
77 minuti) di Sacha Guitry. Con Sacha Guitry, Pierre Assy. Dal
romanzo di Sacha Guitry. Convinto che il cinema
fosse più simile al romanzo che al teatro, Guitry realizza
un'opera interamente «guidata» dalla voce fuori campo del
protagonista, una specie di film muto che fonda però la sua
efficacia sulla parola. E riesce nell'impresa grazie a un'ironia
tagliente, a un ritmo scanzonato e a un'abilissima
messinscena.
- Il signore degli anelli: la
compagnia dell'anello (The lord
of the rings: the fellowship of the ring, USA/NZ, 2001,
170 minuti) di Peter Jackson. Con Elijah Wood, Ian McKellen. Dal
romanzo di J.R.R. Tolkien. Come hanno dimostrato
gli Oscar 2004, i film della trilogia vanno considerati un'unica
opera, ma l'efficacia della titanica operazione di Jackson è
già ben evidente in questo primo episodio. Al di là
delle obbligatorie «compressioni» della storia, Jackson
è infatti rimasto fedelissimo a Tolkien, conservando sullo
schermo la dimensione mitica della vicenda e ricreando tuttavia un
universo credibile e umanissimo. Eccezionali sono però anche
le ricostruzioni più segnatamente magiche, distillate da
un'attenta visione dei migliori esempi di cinema
fantastico.
- Il signore degli anelli: le due
torri (The lord of the rings: the
two towers, USA/NZ, 2002, 170 minuti) di Peter Jackson.
Con Elijah Wood, Ian McKellen. Dal romanzo di J.R.R. Tolkien. Sontuosa seconda tessera della trilogia, ovviamente
necessaria per tirare le fila e per «scavare» i
personaggi, ma, in qualche modo, meno fluida della prima parte e
più convenzionale della terza. Però non ci si inganni:
la mano di Jackson guida con piglio efficacissimo l'episodio
più difficile, quello su cui sarebbe stato assai facile
cadere, grazie a una consapevolezza estrema dell'immaginario
tolkeniano (e no) e a un'ammirevole economia di
sceneggiatura.
- Il sospetto (Suspicion, USA, 1941, 98 minuti) di
Alfred Hitchcock. Con Cary Grant, Joan Fontaine. Da un romanzo di
Anthony Berkeley. La copia italiana è
quella che è, ma l'ambiguità del personaggio di Johnny
- un Cary Grant in un ruolo insolito, ma perfettamente in parte -
mantiene intatta la sua violenza. Film-chiave per capire i temi
fondamentali di Hitchcock: l'inganno dell'apparenza, la paura come
fantasma onnipresente, la fragilità dell'animo umano.
Abbondantemente (e abilmente) saccheggiato da Robert Zemekis in Le verità nascoste.
- Il villaggio dei
dannati (The village of the
damned, GB, 1960, 80 minuti) di Wolf Rilla. Con George
Sanders, Barbara Shelley. Da un romanzo di John Wyndham. Budget quasi inesistente, horror ai massimi livelli.
Prima della Notte dei morti
viventi, il film che più ha influenzato i registi
che si sono avvicinati al genere. Semplicissimo, lineare, con una
fotografia gelida e attori adeguati. E' interessante pensare che
nello stesso anno, dall'altra parte dell'oceano, Hitchcock stava
girando Psycho...
- Incontriamoci a Saint
Louis (Meet me in Saint
Louis, USA, 1944, 115 minuti) di Vincente Minnelli. Con
Judy Garland, Margaret O'Brian. Da un romanzo di Sally Benson. Non v'interessano i musical? Volete solo film
realistici? Forse allora questo film non fa per voi. Tutto è
assolutamente astratto e idealizzato (ben al di là di ogni
possibile astrazione e idealizzazione «da musical»),
leggero ed evanescente, falso come il Technicolor della sua
fotografia. Ma vedetelo lo stesso per ammirare il dominio assoluto
della macchina da presa di Vincente Minnelli quando passa dal
giardino coperto di neve all'interno della casa in un unico, fluido
movimento o quando avvolge in una suggestiva, magica ombra la nascita
dell'amore...
- Io ti salverò
(Spellbound, USA, 1945, 114
minuti) di Alfred Hitchcock. Con Ingrid Bergman, Gregory Peck. Da un
romanzo di Francis Beeding. La cosa più
difficile - e affascinante - per un regista non è inventare
qualcosa di nuovo, ma lavorare all'interno del genere, modificandolo
e modellandolo in maniera inattesa. E questo film, seppure poco amato
dalla critica e dallo stesso Hitchcock, dimostra quanto in
profondità si possa andare con tale lavoro: nella
convenzionale struttura gialla, il regista inserisce infatti con
abilità una serie di elementi simbolici e psicanalitici che
spiazzano lo spettatore, costringendolo a riflettere su ciò
che sta vedendo e a interpretarlo. Indimenticabile la sequenza del
sogno (su disegni di Dalí) e l'inquietante, sorprendente
finale.
- It happened one night
(Accadde una notte, USA, 1934,
105 minuti) di Frank Capra. Con Claudette Colbert, Clark Gable. Dal
racconto Night Bus di Samuel
Hopkins Adams. La commedia romantica per
eccellenza, la commedia dell'America post-Depressione, la prima
commedia hollywoodiana «on the road»... Le definizioni
sono innumerevoli, la realtà è una sola: un capolavoro.
Dialoghi perfetti, una storia che ha fatto epoca e un cast
straordinario. Guardatelo e divertitevi poi a cercarne le
(innumerevoli) tracce nelle commedie contemporanee...
- Juha (Juha, Finlandia, 1999, 80 minuti) di
Aki Kaurismaki. Con Sakari Kuosmanen, Kati Outinen,. Da un romanzo di
Juhani Aho. Soltanto Kaurismaki poteva concepire
un'idea così stramba: girare l'ultimo film muto del secolo. E
soltanto lui poteva renderla convincente, riversando in questo film,
con amore e partecipazione, tutto il cinema che ha segnato la sua
vita: da Drayer a Russ Meyer, da Welles a Sam Fuller. Il risultato
è un film rigoroso e modernissimo, ironico e dolente.
- Jules e Jim (Jules et Jim, F, 1961, 110 minuti) di
François Truffaut. Con Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri
Serre. Dal romanzo di Henri-Pierre Roché. Il cinema e l'amore (e l'amore al cinema) finalmente si
liberano dalle convenzioni. Un film da (ri)guardare per assistere
alla straordinaria comunione tra tecnica e poesia e per continuare a
stupirsi - dopo quarant'anni - della sua modernità. Dopo Jules e Jim il rapporto tra uomo e
donna, al cinema, è cambiato per sempre.
- L'angelo del male
(La bête humaine, F, 1938,
101 minuti) di Jean Renoir. Con Jean Gabin, Simone Simon. Dal romanzo
La bestia umana di Émile
Zola. "Il romanzo di Zola si ricollega
alle grandi tragedie greche. Il ferroviere Jacques Lantier potrebbe
appartenere alla famiglia degli Atridi [...] Ho un unico rimpianto:
che Zola non possa vedere Jean Gabin interpretare questo
personaggio." Così dichiarava Jean Renoir nel 1939,
raggruppando gli elementi più straordinari di questo
capolavoro: lo slancio tragico e antinaturalistico (di cui il treno
è complessa metafora: "il tappeto volante di una fiaba
delle Mille e una notte", lo definì lo stesso regista) e
la maschera umana e cinematografica di un attore che ancora oggi
sorprende per intensità e umanità.
- L'anno del dragone
(The year of the dragon, USA,
1985, 136 minuti) di Michael Cimino. Con Mickey Rourke, John Lone,
Ariane. Dal romanzo di Robert Daley. Quando
Cimino poteva ancora lavorare (cioè prima dello storico flop
dei Cancelli del cielo), faceva
film come questo: visivamente fiammeggianti e incisivi, sceneggiati
con maestria assoluta (anche grazie all'apporto di Olver Stone) ed
emotivamente crudelissimi. E tutto ben dieci anni prima di Pulp fiction...
- L'ereditiera (The heiress, USA, 1949, 115 minuti) di
William Wyler. Con Olivia De Havilland, Montgomery Clift. Dal romanzo
Washington Square di Henry James.
Singolarmente cupo per essere un film pienamente
hollywoodiano, riesce benissimo a restituire la ricchezza psicologica
e ambientale del grande romanzo di James, soprattutto nei magnifici
giochi di ombre e luci nella casa (e nell'animo) della protagonista.
Uno di quei film per cui è assolutamente proibito rivelare il
finale...
- L'esorcista (The exorcist, USA, 1973, 122 minuti) di
William Friedkin. Con Ellen Burstyn, Max von Sydow, Linda Blair. Dal
romanzo di William Peter Blatty. Non è
certo il film più terrorizzante di tutti i tempi, né
l'unico in cui si parla del diavolo. Ma Friedkin è riuscito
come pochi altri a farci percepire il modo in cui il male s'infila
tra le pieghe (le piaghe?) della
quotidianità. E ha creato un film-culto, unico per
intensità e capacità di coinvolgimento.
- L'età
dell'innocenza (The age of
innocence, USA, 1993, 136 minuti) di Martin Scorsese. Con Daniel
Day-Lewis, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder. Dal romanzo di Edith
Wharton. La "mafia" newyorkese di
fine Ottocento non usa pistole, ma uccide comunque. Muovendosi con
eleganza in splendide case che traboccano di quadri, soffoca
l'identità del singolo, stritolandone ogni slancio
"illecito" e lo riconduce alla legge della
"famiglia". Scorsese cambia epoca, ma non rinuncia a un
cinema profondamente morale, anzi gli dà nuova vita proprio
attraverso la profusione "viscontiana" di arredi, abiti,
cibi. In un film straordinario, vale la pena di ricordare due tra le
sequenze più belle: l'entrata di Newland (Daniel Day-Lewis) al
ballo e il fragilissimo istante di libertà di Newland ed Ellen
(Michelle Pfeiffer) nella casa immersa nella neve.
- L'impero del sole
(Empire of the sun, USA, 1987,
149 minuti) di Steven Spielberg. Con Christian Bale, Miranda
Richardson. Da un romanzo di J.G. Ballard. Quando
Spielberg fa il serioso non sempre il risultato funziona. Qui,
però, la tenerezza è bandita e il quadro che il regista
dipinge con un uso attentissimo del colore e dei movimenti di
macchina è terso e agghiacciante. Da rivalutare.
- L'infernale Quinlan
(The touch of evil, USA, 1958,
104 minuti) di Orson Welles. Con Orson Welles, Charlton Heston, Janet
Leigh. Dal romanzo di Whit Masterson. Anche
dimenticando (con molta fatica) il travolgente piano-sequenza
d'apertura, questo film chiama e pretende di essere anzitutto visto: squarciato da violenti lampi
luminosi, nascosto in ombre cupissime, inquietante per l'uso assiduo
delle focali corte e delle inquadrature «sghembe»... Su
tutto, poi, troneggia, shakespeariano, Quinlan-Welles, vera
incarnazione del male, avvolta però in un'aura di grandezza
assoluta. Come tutti i film di Welles (tranne Quarto potere), anche questo fu
sottratto al regista in fase di post-produzione, tagliato e
modificato al montaggio. Nel 1998, però, lo straordinario e
pluripremiato montatore Walter Murch l'ha riportato alla sua forma
originaria, grazie anche ad acuni appunti di Welles casualmente
ritrovati.
- L'invasione degli
ultracorpi (Invasion of body
snatchers, USA, 1956, 80 minuti) di Don Siegel. Con Kevin
McCarthy, Dana Wynter. Da un romanzo di Jack Finney. Il film, diventato famoso come riuscitissima (e
agghiacciante) allegoria del maccartismo, conserva intatta la sua
forza allucinata: in altre parole, riesce ancora a «fare
paura». Guardatelo e non riuscirete più a entrare in una
cantina senza pensare di trovarvi un «baccellone»
traslucido... Rifatto nel 1978 da Philip Kaufman con più mezzi
e scarsissimi risultati.
- L'occhio caldo del
cielo (The last
sunset, USA, 1961, 112 minuti) di Robert Aldrich. Con Kirk
Douglas, Rock Hudson. Da un romanzo di Howard Rigsby. Nell'anno del Signore 1961, il western è in
agonia e scava affannosamente in territori che, fino ad allora, erano
rimasti, per il genere, pressoché inesplorati: la psicologia,
i rapporti tra i sessi, il simbolismo... Così, questo film,
che pure è un western a tutti gli effetti, trasmette anche una
sensazione d'inquietudine - convogliata dall'abile montaggio di
Michael Luciano - e di estraneità ai canoni classici. L'esito
è spiazzante, ma tutt'altro che disprezzabile.
- L'orgoglio degli
Amberson (The magnificent
Ambersons, USA, 1942, 89 minuti) di Orson Welles. Con
Joseph Cotten, Ann Baxter. Da un romanzo di Booth Tarkington. Nel magnifico libro-intervista Io, Orson Welles, Peter Bogdanovich
racconta come il grande regista, vedendo per caso, in televisione,
una scena di questo film, si mettesse a piangere silenziosamente. Fra
tutti i tormentatissimi film di Welles, L'orgoglio degli Amberson è
infatti il più tormentato: sottoposto a pesantissimi tagli e
al cambio radicale del finale, non è davvero come Welles lo
avrebbe voluto. Ma rimane un'opera audace e affascinante, cupa e
luminosa nel contempo, che rivela un insuperato - e insuperabile -
dominio della materia narrativa.
- L'ultimo uomo sulla
terra (I, USA, 1963, 86 minuti) di Ubaldo Ragona e Sidney
Salkow. Con Vincent Price, Emma Danieli. Da Io sono leggenda di Richard Matheson.
Film piccolo - qualcuno direbbe di serie B - ma
notevolissimo per atmosfera e suspense, grazie soprattutto
all'ambientazione (Roma, l'EUR) e per la gelida fotografia in bianco
e nero di Franco Delli Colli. Un ruolo perfetto per il
«cormaniano» Vincent Price. Viene trasmesso di rado: non
perdetelo.
- L'uomo del banco dei
pegni (The pawnbroker,
USA, 1965, 116 minuti) di Sidney Lumet. Con Rod Steiger, Geraldine
Fitzgerald. Da un romanzo di Edward Lewis Wallant. E' un vero peccato che questo film cupo e ossessivo, il
migliore in assoluto di Sidney Lumet, sia quasi dimenticato. Partendo
da un tema forte (e poco commerciale: alla sua uscita, il film non
ebbe nessun successo) come la vita di una sopravvissuto all'Olocausto
diventato gestore di una banco dei pegni ad Harlem, adottando uno
stile misurato e avvalendosi di uno straordinario Rod Steiger, Lumet
traccia un quadro sconvolgente dell'alienazione, mostrando senza
pietà e senza compiacimenti formali la forza devastante della
vendetta. Superba fotografia di Boris Kaufman.
- L'uomo ombra (The thin man, USA, 1934, 92 minuti) di
W.S. Van Dyne. Con Mirna Loy, William Powell. Dal romanzo di Dashiell
Hammett. Forse sopravvalutato, ma sempre
apprezzabile per la classe e l'eleganza: la coppia Loy-Powell
è stata d'ispirazione per innumerevoli altre coppie
cinematografiche (fino a L.A.
Confidential), la fotografia di James Wong Howe è
da manuale, la sceneggiatura è convincente e senza
sbavature.
- La bambola di carne
(Die Puppe, D, 1919, 60 minuti)
di Ernst Lubitsch. Con Josefine Dora, Ossi Oswalda. Da un racconto di
E.T.A. Hoffmann. Piccola perla muta del grand
Lubitsch, che già mostra tutta l'ironia e la capacità
di analisi dei rapporti sociali che segneranno le sue opere maggiori
e che qui si arricchisce di un tocco surreale. Da scoprire.
- La bella scontrosa
(La belle noiseuse, F, 1991, 124
minuti) di Jacques Rivette. Con Michel Piccoli, Emmanuelle
Béart. Dal racconto Il capolavoro
sconosciuto di Honoré de Balzac. Uno scontro di anime giocato pressoché in
silenzio, una pregnante riflessione sull'arte, sulla
creatività e, ovviamente, sulla vita. Quando Rivette
«toglie» dai suoi film, quando riesce a non dire proprio
tutto e lascia allo spettatore la
possibilità di fermarsi a riflettere sulle immagini, allora il
suo cinema diventa grande.
- La casa dei nostri
sogni (Mr Blandings builds his
dream house, USA, 1948, 86 minuti) di H.C. Potter. Con
Cary Grant, Myrna Loy. Da un romanzo di Eric Hodgins. Siamo lontani dalle perfette commedie anni '30, ma la
costruzione è impeccabile, gli attori sono al meglio, il
romanticismo e l'umorismo si alternano in giuste dosi. Ma sono
soprattutto l'armonia dell'insieme e la compattezza della storia a
sorprendere ancora oggi: tutto è funzionale (anche i
caratteristi), tutto si snoda senza sbalzi né oscillazioni.
Una lezione per molti registi (e scrittori) contemporanei.
- La donna che visse due
volte (Vertigo, USA,
1958, 131 minuti) di Alfred Hitchcock. Con James Stewart, Kim Novak,
Barbara Bel Geddes. Dal romanzo D'entre les
morts di Pierre Boileau e Thomas Narcejac. «Quello che m'interessava», dichiarò
Hitchcock, «erano gli sforzi che faceva James Stewart per
ricreare una donna, partendo dall' immagine di una morta...» Da
questa premessa, nasce un film che ha segnato un'intera generazione
di registi (De Palma e Scorsese in testa) e che ancora oggi stupisce
per la sua carica trasgressiva e immaginifica.
- La donna del ritratto
(The woman in the window, USA,
1944, 99 minuti) di Fritz Lang. Con Edward G. Robinson, Joan Bennett.
Da un romanzo di J.H. Wallis. Inquietante e
raffinatissimo gioco tra colpevolezza e innocenza, tra luci
espressionistiche e personaggi dalle mille sfaccettature. E con un
finale a sorpresa.
- La donna della
spiaggia (The woman on the
beach, USA, 1946, 75 minuti) di Jean Renoir. Con Joan
Bennett, Robert Ryan. Da un romanzo di Mitchell Wilson. Benché sforbiciato e corrotto dal perbenismo dei
produttori, rimane un grande film del renoir americano. Come dice
Truffaut: «Quello che mi piace in La
donna della spiaggia è il fatto che si vedono due
film contemporaneamente. Nei dialoghi non si parla mai d'amore: i
personaggi si scambiano parole cortesi, beneducate [...] ma gli
sguardi esprimono tensione, rivelano segreti. [...] Così gli
attori sono come animali, bestie feroci che si muovono nella giungla
della sessualità repressa».
- La falena d'argento
(Christopher Strong, USA, 1933,
72 minuti) di Dorothy Arzner. Con Katherine Hepburn, Colin Clive. Da
un romanzo di Gilbert Frankau. Pochissimi ormai
ricordano Dorothy Arzner, coraggiosissima regista che cercò di
portare sullo schermo storie che rispettassero la psicologia
femminile, allontanandosi sempre con decisione dagli stereotipi. E
questo film è sicuramente uno dei suoi migliori: straziante
nella descrizione di un amore «impossibile»,
delicatissimo e intenso nel ritratto dei protagonisti, permeato da
idee visive incisive e mai gratuite. La Hepburn (qui al suo secondo
film), poi, incarna benissimo la disperata vitalità di Cynthia
Darrington, la spericolata donna-aviatrice, superando di parecchie
lunghezze Colin Clive.
- La fiamma del peccato
(Double indemnity, USA, 1944, 106
minuti) di Billy Wilder. Con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck, Edward
G. Robinson. Dal romanzo La morte paga
doppio di James M. Cain. Narra la
leggenda che Billy Wilder lesse il romanzo di Cain in 58 minuti e
decise all'istante di portarlo sullo schermo, trovandosi poi a
collaborare, per la sceneggiatura, con Raymond Chandler. Il risultato
è il matrimonio perfetto tra espressionismo tedesco e noir
hollywodiano, grazie anche alla migliore dark lady che si sia mai
vista (tenete d'occhio il modo mirabile in cui Wilder la fa
«giocare» con gli oggetti) e a una singolare (per
l'epoca) asciuttezza nella storia e nella sua narrazione. Rifatto -
con rispetto e attenzione, ma con meno incisività - da
Lawrence Kasdan nel 1981 (Brivido
caldo)
- La finestra sul
cortile (Rear window,
USA, 1954, 112 minuti) di Alfred Hitchcock. Con James Stewart, Grace
Kelly. Da un racconto di Cornell Woolrich. Dice
Hitchcock: «"... James Stewart nel film [...] è un
voyeur. Mi ricordo di una critica a questo proposito. Miss Lejeune,
nel London Observer", ha scritto
che La finestra sul cortile era
un film 'orribile', perché c'era un tipo che guardava
costantemente dalla finestra. Penso che non avrebbe dovuto scrivere
che era orribile. Sì, l'uomo era un voyeur, ma non siamo tutti
voyeur?» E François Truffaut replica: « Siamo
tutti dei voyeur, fosse solo quando guardiamo un film intimista. Del
resto, James Stewart dalla sua finestra si trova nella situazione di
uno spettatore che guarda il film».
- La fuga (Dark passage, USA, 1947, 110 minuti) di
Delmer Daves. Con Humphrey Bogart, Lauren Bacall. Da un romanzo di
David Goodis. Non guardatelo soltanto per la
magnifica e lunghissima soggettiva che apre il film (e che lo ha reso
celebre). Guardatelo soprattutto per riscoprire un solidissimo
regista quale è Delmer Daves, che forse ha inciso sul cinema
americano «di genere» più di quanto si pensi (ma
Scorsese, per esempio, ne è ben consapevole e lo omaggia
spesso). Un film dalla tensione emotiva quasi insostenibile e
soprattutto segnato da una cupezza che sconvolge ancora oggi.
- La guerra dei Roses
(The war of the Roses, USA, 1989,
120 minuti) di Danny DeVito. Con Kathleen Turner, Michael Douglas. Da
un romanzo di Warren Adler. Si ride moltissimo,
ma si ride in nero. Un cast che più affiatato non si
può, abili trasgressioni alle norme hollywoodiane, una storia
che prende spesso direzioni imprevedibili. Un piccolo gioiello di
cinismo, a partire dallo slogan con cui venne lanciato: «A
tutti, almeno una volta nella vita, capita di vedere un film che fa
venir voglia d'innamorarsi di nuovo. La
guerra dei Roses non è quel film».
- La mia droga si chiama
Julie (La sirène du
Mississippi, F/I, 1969, 120 minuti) di François
Truffaut. Con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve. Dal romanzo
Waltz into Darkness di William
Irish [Cornell Woolrich]. Dedicato a Jean Renoir,
ma palesemente concepito come omaggio a Hitchcock, sconcertò
gli spettatori che si erano ormai fatti di Truffaut un'immagine di
regista «tenero» e sentimentale. E' in realtà uno
dei più bei film sull'amour
fou, anche perché, sotto la disperata storia
d'amore tra i due protagonisti, si avverte un'altra e più
profonda disperazione: quella per la dissoluzione del cinema
«classico». Per completare il trittico, non vi resta che
vedere, alle 5.30, sempre su Raitre, l'ultimo capolavoro di Truffaut:
La signora della porta accanto
(1981) con Fanny Ardant e Gérard Depardieu.
- La moglie del vescovo
(The bishop's wife, USA, 1947,
108 minuti) di Henry Koster. Con Cary Grant, Loretta Young. Da un
romanzo di Robert Nathan. Si vede poco in
televisione, questa semplice ma efficacissima commedia, dunque non
perdetela. Mentre prestate orecchio ai dialoghi (vi collaborò,
sebbene non accreditato, il grande Billy Wilder), non perdete
d'occhio le meraviglie che Greg Toland, uno dei più grandi
direttori della fotografia, riesce a fare anche in un film
«semplice» come questo.
- La porta proibita
(Jane Eyre, USA, 1944, 98 minuti)
di Robert Stevenson. Con Orson Welles, Joan Fontaine, Agnes
Moorehead. Dal romanzo Jane Eyre
di Charlotte Brontë. Sceneggiato tra gli
altri da Aldous Huxley, questo film è uno dei vari
«figliastri» di Orson Welles, regista (occulto) di alcune
sequenze. Emotivamente sontuoso, visivamente efficace.
- La regina d'Africa
(The African queen, USA, 1951,
104 minuti) di John Huston. Con Katharine Hepburn, Humphrey Bogart.
Dal romanzo di C.S. Forester. Raffinato,
curiosissimo mélange di romance e avventura, cucito addosso ai
due protagonisti e dall'andamento imprevedibile. Evocato, citato e
saccheggiato in innumerevoli film, da All'inseguimento della pietra verde al
recentissimo Come farsi lasciare in dieci
giorni.
- La sottile linea
rossa (The thin red
line, USA, 1998, 172 minuti) di Terrence Malick. Con James
Caviezel, Sean Penn. Dal romanzo di James Jones. Finalmente un film che chiede allo spettatore di
guardare e di pensare. Era dai tempi di Apocalypse now che non si vedeva un
film così lucido sullo sconvolgimento mentale derivante
dall'orrore fisico della guerra e dalla crudele stupidità
umana. Si può non essere d'accordo con le conclusioni
«naturalistiche» di Mallick, ma è impossibile non
farsi prendere dalla semplice bellezza del suo modo di girare, dal
suo perfetto dominio sulla materia. Un film che scava nell'animo e ci
resta.
- La sposa in nero
(La mariée était en
noir, F/I, 1967, 107 minuti) di François Truffaut.
Con Jeanne Moreau, Michel Bouquet, Jean-Claude Brialy. Da un romanzo
di William Irish [Cornell Woolrich]. «Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte/
ingenerò la sorte», dice Leopardi. E Truffaut, senza
inutili orpelli, senza mezzi termini, senza pietà, mette in
scena questa fratellanza, seguendo, ancora una volta la lezione di
Hitchcock (che sosteneva: «Bisogna girare le scene d'amore come
se fossero scene di morte e viceversa»), ma spingendosi oltre,
dando corpo fisico alla follia amorosa, al desiderio di annullarsi
indifferentemente nell'amore o nella morte. Un film gelido,
scostante, scevro da qualsiasi compromesso e bellissimo.
- La tigre e il dragone
(Wo hu cang long, USA/Hong
Kong/Cina/Taiwan, 2000, 119 minuti) di Ang Lee. Con Chow Yun-Fat,
Michelle Yeoh. Da un romanzo di Du Lu Wang. «È del regista il fin la
meraviglia», si potrebbe dire di questo film che ha riportato
al cinema la possibilità di avere uno sguardo incantato sulle
cose e sulle vicende. Se a questo poi si sommano l'abilità di
«occidentalizzare» con grazia gli stilemi di certo cinema
orientale e le interpretazioni convinte, allora si toccano vertici
davvero molto alti (almeno d'intrattenimento).
- La tragedia del
Bounty (Mutiny on the Bounty,
USA, 1935, 133 minuti) di Frank Lloyd. Con Clark Gable, Charles
Laughton. Da un romanzo di Charles Nordhoff e James Norman Hall.
La storia è arcinota, ma per chi l'ha
vista soltanto nella versione con Marlon Brando o in quella con Mel
Gibson, consigliamo vivamente di ripassarla, godendosi
l'incomparabile bravura di Charles Laughton nella parte di Bligh e
l'assoluta, elegantissima adeguatezza al personaggio di Clark Gable,
che ovviamente, interpreta Christian. Ma anche per scoprire un film
insolitamente crudo e realistico per l'epoca (e per il genere).
Vincitore dell'Oscar come miglior film nel 1936: altri tempi, altri
attori, altro (e più alto) concetto di avventura e di
intrattenimento.
- La vita è
meravigliosa (It's a wonderful
life, USA, 1946, 130 minuti) di Frank Capra. Con James
Stewart, Donna Reed. Da un racconto di Philip Van Doren Stern. Ciò che ancora oggi stupisce, nei film di Frank
Capra, è il meraviglioso senso dell'equilibrio narrativo,
l'amalgama calibratissimo di comico e drammatico, la capacità
di cogliere l'universalità del singolo evento quotidiano. E
poi c'è l'infallibile scelta degli attori e la loro piena
valorizzazione, che scaturisce da un gusto (mai corrivo) dello
spettacolo. E in questo capolavoro di tecnica e stile tutte queste
caratteristiche vengono portate alla perfezione. Peccato per il
doppiaggio...
- La vita privata di Sherlock
Holmes (The private life of
Sherlock Holmes, GB/USA, 1949, 125 minuti) di Billy
Wilder. Con Robert Stephens, Colin Blakely, Geneviève Page.
Ispirato ai personaggi di Sir Arthur Conan Doyle. Due tra i più grandi sceneggiatori della storia
del cinema - Billy Wilder e I.A.L. Diamond - riescono a infondere
un'inquietudine e una malinconia del tutto inedite nella figura del
celeberrimo detective. Ma soprattutto giocano con i codici del genere
giallo, creando un universo in cui l'unica certezza è che
tutto è incerto. Un film che insegna a
«guardare».
- Lancillotto e Ginevra
(Lancelot du lac, F/I, 1974, 88
minuti) di Robert Bresson. Con Luc Simon, Laura Duke Condominas. Dal
Lancillotto del lago. Severo, austero, senza concessioni. Questo, lo
sappiamo, è il cinema di Robert Bresson. Dunque dimenticate la
leggenda e l'epica e concentratevi sull'anima dei personaggi;
dimenticate i duelli «coreografati» e concentratevi sul
dolore delle lance che penetrano nella carne; dimenticate i colori
sfavillanti e concentratevi su quest'atmosfera grigia e azzurra. Il
risultato sarà spiazzante, senza dubbio. Ma, come dice lo
stesso Bresson «creare non significa deformare o inventare cose
e persone. Significa stringere nuovi rapporti tra le persone e le
cose esistenti, esattamente come esse sono».
- Le catene della colpa
(Out for the past, USA, 1947, 98
minuti) di Jacques Tourneur. Con Robert Mitchum, Rhonda Fleming. Da
un romanzo di Daniel Mainwaring. Troppo spesso,
quando si parla di horror, si dimentica di citare Jacques Tourneur,
il parigino che ha regalato all'America capolavori come Il bacio della pantera (1942) e Ho camminato con uno zombie (1943).
Ancora più spesso, tuttavia, lo si dimentica quando si arriva
a parlare di film noir... Eppure basterebbe questo capolavoro,
perfetto in ogni dettaglio e dotato di una profondità
psicologica assolutamente inusitata per Hollywood, per farlo entrare
di diritto nella schiera dei grandi.
- Le folli notti del dottor
Jerryll (The nutty
professor, USA, 1963, 107 minuti) di Jerry Lewis. Con
Jerry Lewis, Stella Stevens. Ispirato a Lo
strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert
Louis Stevenson. La più divertente e acuta
parodia del celeberrimo romanzo di Stevenson, con un Lewis che, nel
doppio personaggio di Julius Kelp e Buddy Love, mette alla berlina
gli ideali della perfezione fisica, dell'autorità e del
successo. Gag indimenticabili, virtuosismi tecnici, un finale ironico
e amarissimo e imperdibili omaggi a Chaplin e Keaton.
- Lettera da una
sconosciuta (Letter from an
unknown woman USA, 1948, 90 minuti) di Max Ophuls. Con
Joan Fontaine, Louis Jourdan. Dal romanzo di Stefan Zweig. Siamo alle solite: orario impossibile, film
imperdibile. Una storia d'amore di assoluta, esistenziale
drammaticità distillata attraverso l'ironia e l'amarissimo
cinismo del grande Ophuls, uno dei pochi registi in grado di
realizzare perfettamente la finzione e di mostrarne, nel contempo,
tutta la tragica illusorietà. Una lezione superba di scrittura
filmica e di analisi dei pesonaggi.
- Lo spaccone (The hustler, USA, 1961, 142 minuti) di
Robert Rossen. Con Paul Newman, Jackie Gleason, George C. Scott. Da
un romanzo di Walter Tevis. Potenza di un
personaggio, anzi di due: il rapporto tra «Fast» Eddie
(Newman) e Minnesota «Fats» (Gleason) è memorabile
nella sua intensità, anche grazie a una fotografia incisiva,
che sembra ispirata a certo neorealismo italiano. Se potete, fate
seguire a questa visione quella del Colore
dei soldi di Martin Scorsese (1986), per capire come (e
quanto) sia cambiato il cinema in «soli» venticinque
anni.
- Lo sport preferito
dall'uomo (Man's Favorite
Sport?, USA, 1964, 120 minuti) di Howard Hawks. Con Rock
Hudson, Paula Prentiss. Dal racconto The
Girl Who Almost Got Awaydi Pat Frank.
Eleganza, classe e slapstick,
tutto per raccontare la guerra tra i sessi. A una commedia non si
può chiedere di più.
- Lo squalo (Jaws, USA, 1975, 125 minuti) di Steven
Spielberg. Con Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss. Dal
romanzo di Peter Benchley. Il film del successo
mondiale di Spielberg, che dimostra la sua capacità di gestire
la tensione con mano fermissima, di creare personaggi convincenti e
mai banali, di dosare al meglio gli effetti speciali (notevolissimi
anche dopo 26 anni). Imitatissimo - l'ultimo del suoi epigoni, Blu profondo, è del 1999 -, ma
mai sorpassato, forse neppure dai ben più massicci dinosauri
di Jurassic Park.
- Lola Montès
(Lola Montès, F/D, 1955,
100 minuti) di Max Ophuls. Con Martine Carol, Peter Ustinov. Da un romanzo di Cécil Saint-Laurent. Audace,
troppo audace. Nella concezione stilistica, nell'uso fantasmagorico
del colore, nelle scenografie «eccessive», negli audaci
movimenti di macchina, nella melodrammaticità della
protagonista... E infatti la censura lo massacrò (tagliandolo
di oltre quaranta minuti) e il pubblico ne rimase sconcertato. Eppure
questo film - l'ultimo di Ophuls - rapisce gli occhi e il cuore e
dimostra tutto il genio di un regista che meriterebbe di essere
finalmente riconosciuto da tutti come un assoluto genio.
- Magnifica ossessione
(Magnificent obsession, USA,
1954, 109 minuti) di Douglas Sirk. Con Jane Wyman, Rock Hudson. Da un
romanzo di Lloyd C. Douglas. «Il cinema
è sangue, violenza, amore. E nei film di Douglas Sirk ci sono
lacrime, sangue, violenza, amore… Sirk ha detto: 'Non si
possono fare film sulle cose, si
possono soltanto fare film con le
cose, con le persone, con la luce, i fiumi, gli specchi, il
sangue... In altre parole con tutte quelle cose meravigliose che
rendono la vita degna di essere vissuta'.» Così ha
scritto Rainer Werner Fassbinder su Douglas Sirk. Quindi non cercate
la verità, in questo film; cercate invece il genio che tenta
di dominare la materia della follia e che ci regala un racconto
impagabile sull'importanza del «vedere».
- Manhunter (Manhunter, USA, 1986, 119 minuti) di
Michael Mann. Con William Petersen, Brian Cox. Da Drago rosso di Thomas Harris. La «classicità» di Mann avrà
la sua consacrazione pubblica nel 1999 con il bellissimo The insider. Ma già qui la sua
abilità si dispiega in tutta la sua forza: controllo dello
script (davvero migliore del romanzo), calibrazione degli attori e,
soprattutto, una costruzione della suspense davvero
impeccabile.
- Marnie (Marnie, USA, 1964, 120 minuti) di
Alfred Hitchcock. Con Sean Connery, Tippi Hedren. Da un romanzo di
Winston Graham. Bellissimo - ma spesso trascurato
perché atipico e privo di un personaggio in cui identificarsi
-, Marnie gioca con le psicologie
dei personaggi come se fossero colori da ricomporre in una vetrata.
Inquietante, profondo, da riscoprire a ogni visione.
- Nella morsa (Caught USA, 1949, 88 minuti) di Max
Ophuls. Con Barbara Bel Geddes, James Mason. Da un romanzo di Libbie
Block. In assoluto il più bello dei film
americani di Ophuls, di una crudeltà e spietatezza
agghiaccianti, ma anche di un'eleganza e di una compostezza assolute.
Orson Welles lo adorava.
- Nick mano fredda
(Cool hand Luke, USA, 1967, 110
minuti) di Stuart Rosenberg. Con Paul Newman, George Kennedy, Dennis
Hopper. Da un romanzo di Donn Pearce. Non
è certo il primo film «carcerario», ma ne è
uno degli esempi migliori. Cast robusto, una sceneggiatura che non
perde un colpo, una magnifica fotografia (di Conrad Hall). E Paul
Newman porta il personaggio di Nick direttamente nella
leggenda.
- Orizzonte perduto
(Lost Horizon, USA, 1937, 120
minuti) di Frank Capra. Con Ronald Colman, H.B. Warner. Dal romanzo
di James Hilton. Un vero e proprio kolossal
(capra impiegò oltre due anni per realizzarlo), lontanissimo
da quell'«ottimismo americano» che ha fatto la fortuna
del regista. Sebbene datato, rimane un film molto coraggioso per
l'epoca e di grande suggestione visiva.
- Orizzonti di gloria
(Paths of glory, USA, 1957, 86
minuti) di Stanley Kubrick. Con Kirk Douglas, Adolphe Menjou. Da un
romanzo di Humphrey Cobb. Prima di Stranamore e molto prima di Full
metal jacket, Kubrick disseziona l'assurdità della
guerra, mettendo a nudo l'assoluta follia del comando e giocando coi
personaggi come se fossero pedine su una scacchiera di morte.
Gestione magistrale dei mezzi tecnici, una fotografia in bianco e
nero (di George Krause) straordinaria (tagliente e impietosa per gli
ufficiali, dolente e commossa per i soldati), un cast
perfetto.
- Osterman weekend
(The Osterman weekend, USA, 1983,
101 minuti) di Sam Peckinpah. Con Burt Lancaster, John Hurt. Da un
romanzo di Robert Ludlum. Film d'addio di
Peckinpah (morto il 28 dicembre 1984) e massacrato dalla produzione,
lascia tuttavia intravedere la potenza espressiva di questo regista,
la sua ossessione nel dipingere universi prevalentemente maschili e
sempre cupi, segnati dal sospetto e dal tradimento. Ma qui si spinge
oltre, denunciando anche il pericolo derivante dalla manipolazione
delle immagini e la conseguente soggettivizzazione della
verità. Un film disturbante e amarissimo.
- Paper moon (Paper moon, USA, 1973, 102 minuti) di
Peter Bogdanovich. Con Ryan O'Neal, Tatum O'Neal. Da un romanzo di
Joe David Brown. E' un regista testardo,
Bogdanovich. Testardo nella convinzione che si possa soltanto ri-fare il cinema, elaborare ciò
che è stato creato nel periodo d'oro (anni '20-'40), magari
adattandolo, seppur con rispetto, alla modernità. Una
testardaggine che gli è costata cara (ormai nessuno finanzia
più i suoi progetti), ma che ci ha regalato film straordinari
come questo, in cui l'amore per il cinema di un tempo, la
consapevolezza della povertà immaginativa del presente e una
magistrale direzione degli attori si fondono con una grazia e
un'eleganza rare.
- Passaggio a nordovest
(Northwest passage, USA, 1940,
129 minuti) di King Vidor. Con Spencer Tracy, Robert Young. Dal
romanzo di Kenneth Roberts. Figlio di un'epoca in
cui non era ancora di moda essere «politicamente
corretti», questo film comunica con slancio e passione la
bravura di King Vidor, un regista ormai quasi dimenticato. Oltre al
cast - solidissimo e sempre convincente - vale la pena di soffermarsi
a notare le raffinatezze quasi pittoriche del Technicolor, anche
perché hanno ispirato più di un regista
contemporaneo.
- Paura in palcoscenico
(Stage Fright, USA, 1950, 110
minuti) di Alfred Hitchcock. Con Jane Wyman, Michael Wilding, Marlene
Dietrich. Dai racconti Man
Running e Outrun the
Constable di Selwyn Jepson. Non il
migliore Hitchcock ö a detta anche dello stesso regista ö,
ma imperdibile per l'uso trasgressivo del flashback, un uso che poi
è stato ripreso con risultati eccellenti da Bryan Singer nei
Soliti sospetti e che De Palma ha
portato ai massimi livelli nel suo recente Femme fatale.
- Per chi suona la
campana (For whom the bell
tolls, USA, 1943, 160 minuti) di Sam Wood. Con Gary
Cooper, Ingrid Bergman. Dal romanzo di Ernest Hemingway. Il «mestierante» Sam Wood e il grande
sceneggiatore Dudley Nichols non hanno paura di affrontare le radici
della mitologia hemingwayana e ci consegnano un film
meravigliosamente popolare, cioè intensamente hollywoodiano. E
stagliati contro il folgorante, falsissimo technicolor, si ergono due
personaggi indimenticabili, che, da allora, saranno per sempre
identificati con Gary Cooper e Ingrid Bergman.
- Perfidia (Les dames du Bois de Boulogne, F, 1944,
73 minuti) di Robert Bresson. Con Maria Casarès, Paul Bernard.
Da Jacques il fatalista e il suo
padrone di Denis Diderot. Un
capolavoro d'indagine sui meccanismi della passione, un melodramma
raffreddato da un'aderenza manacale (e audacissima) alla
realtà, un film così spietato e crudo (emotivamente) da
dare le vertigini al cuore. Puntate la sveglia o registratelo: non ve
ne pentirete.
- Piano, piano, dolce
Carlotta (Hush... hush, sweet
Charlotte , USA, 1965, 136 minuti) di Robert Aldrich. Con
Bette Davis, Olivia De Havilland, Joseph Cotten. Da un romanzo di
Henry Farrell. Ecco un film «gotico»
se mai ne è esistito uno. Tutti volutamente sopra le righe,
atmosfere costantemente inquetanti, Bette Davis che gigioneggia...
Qualcuno lo ha inteso come una parodia dell'horror, altri hanno
sostenuto che è una delle sue più riuscite
celebrazioni, forse l'ultimo, vero horror prima della svolta verso
territori molto più «sanguinosi».
- Piombo rovente (Sweet Smell of success, USA, 1957, 99
minuti) di Alexander Mackendrick. Con Burt Lancaster, Tony Curtis. Da
un romanzo di Ernest Lehman. Non viene trasmesso
di frequente, questo melodramma nero, quindi non perdetelo. Diretto
con piglio deciso, con un cast perfettamente orchestrato, è un
film duro, un apologo moderno su chi cede alle lusinghe del successo
senza sapere che cosa gli verrà chiesto in cambio. Da
segnalare la magnifica fotografia di James Wong Howe: mai la vita
notturna di New York è stata rappresentata con pari
abilità..
- Psycho (Psycho, USA, 1998, 110 minuti) di Gus
Van Sant. Con Anne Heche, William H. Macy. Dal romanzo di Robert
Bloch. Rifare Psycho: non ispirarsi a esso, non
raccontare una storia analoga, ma rifarlo proprio, inquadratura per
inquadratura. Operazione furba oppure omaggio estremo? Sfacciataggine
suprema o raffinato esercizio stilistico? Se ne può dibattere
all'infinito (come infatti è successo). Partendo, per esempio,
dal fatto che Van Sant, a differenza di Hitchcock, usa il colore.
Oppure scoprendo le piccole differenze tra la versione
«classica» e quella «nuova». Un
bell'esercizio comunque.
- Psyco (Psycho, USA, 1960, 110 minuti) di
Alfred Hitchcock. Con Anthony Perkins, Janet Leigh. Dal romanzo di Robert Bloch. Pochi film sono stati
più influenti di questo, al punto che, nel 1998, Gus Van Sant
l'ha rifatto inquadratura per inquadratura (ma a colori). Rivederlo,
però, non è mai inutile: tenete d'occhio, per esempio,
la scena in cui Marion mangia davanti a Norman e vi accorgerete della
suprema maestria di Hitchcock nel dosare la luce, nel costruire le
inquadrature e addirittura nel piegare le forme degli oggetti
all'effetto che desidera ottenere.
- Qualcuno verrà
(Some came running, USA, 1958,
128 minuti) di Vincente Minnelli. Con Shirley MacLaine, Frank
Sinatra, Dean Martin. Da un romanzo di James Jones. Severo, impietoso melodramma - sul conflitto tra
l'individuo e la società -, che Minnelli filtra attraverso la
sua visionarietà coloristica e ambientale. La scena finale
è un capolavoro di economia ed efficacia stilistica.
- Quattro notti di un
sognatore (Quatre nuits d'un
rêveur , F, 1971, 92 minuti) di Robert Bresson. Con
Isabelle Weingarten, Guillaume des Forêts, Maurice Monnoyer. Da
Le notti bianche di Fëdor
Dostoevskij. Ogni tanto è bene
«pulirsi gli occhi» con il rigore e l'incisività
di Robert Bresson, scoprendo le storie che si nascondono dietro il
primo piano di una spalla, il dettaglio di una mano. E lasciandosi
commuovere dalla fragilità degli esseri umani che lui mette in
scena. Non aspettatevi un film facile, ma, come sempre in Bresson, vi
troverete davanti qualcosa di crudelmente necessario.
- Quei bravi ragazzi
(Goodfellas, USA, 1990, 145
minuti) di Martin Scorsese. Con Ray Liotta, Robert De Niro, Joe
Pesci. Dal libro di Nicholas Pileggi. Non date
ascolto a chi vi dice che è un film sulla mafia. E' molto di
più. La formazione cattolica di Scorsese lo spinge a dare
forma visiva alle questioni del libero arbitrio e della
fragilità umana, calandole però in una strepitosa
rievocazione del genere «film di gangster». Il risultato
è entusiasmante: un racconto che si snoda senza un attimo di
tregua, dolore e ironia dosati con abilità, una colonna sonora
sempre funzionale. Un film da riscoprire a ogni visione e da studiare
a fondo.
- Quella sporca dozzina
(The dirty dozen, USA, 1967, 149
minuti) di Robert Aldrich. Con Lee Marvin, Charles Bronson. Da un
romanzo di E.M. Nathanson. Regista di polso,
attori granitici, storia avvincente, dialoghi essenziali, un giusto
grado di ambiguità e di violenza. E tutto funziona come un
orologio svizzero.
- Rapina a mano armata
(The killing, USA, 1956, 88
minuti) di Stanley Kubrick. Con Sterling Hayden, Elisha Cook jr. Da
un romanzo di Lionel White. Basterebbe questo
film per far entrare Kubrick nella storia del cinema, osservando
com'è riuscito a far «esplodere» nel tempo e nello
spazio la «normale» storia di una rapina, come illumina
volti ed emozioni in modo antinaturalistico, come tratteggia i
personaggi principali e secondari, come struttura la
profondità di campo e le inquadrature. Un film austero e
nobile che porta già inciso il motto di tutta la carriera di
Stanley Kubrick: nessun compromesso.
- Rapporto
confidenziale (Confidential
report, F/E/Svizzera, 1955, 99 minuti) di Orson Welles.
Con Orson Welles, Akim Tamiroff. Dal romanzo Mr Arkadin di
Orson Welles. «Mi hanno rapito un
figlio.» Questo Welles diceva delle persone che avevano
sconciato il suo film, stravolgendone la struttura con l'unico scopo
di rendere la storia più fluida. Ma Truffaut, nel 1978,
affermava: «Quando l'uso delle videocassette sarà
generalizzato e si potranno guardare i film preferiti a casa propria,
colui che possiederà una copia di Rapporto
confidenziale sarà un uomo davvero fortunato». E,
ovviamente, aveva ragione.
- Rebecca, la prima
moglie (Rebecca, USA,
1940, 125 minuti) di Alfred Hitchcock. Con Joan Fontaine, Laurence
Olivier. Da un racconto di Daphne du Maurier. Coi
piedi fermamente piantati a Hollywood (questo è il suo primo
film americano, e ricevette un Oscar), ma con la testa e col cuore
testardamente europei, Hitchcock dipinge con pennellate ardite questo
affresco di apparenze ingannevoli, di punti di vista deformati e
deformanti, di aguzzini e di vittime. Ma è soprattutto nella
dimensione spaziale che si esalta il suo genio: nulla è
più falso di Manderley, la magione che fu (che è) di
Rebecca, eppure poche case "cinematografiche" vivono e respirano in
modo così sottilmente umano. Anzi bisognerà arrivare al
Bates Motel per trovare un altro edificio tanto vibrante e
inquieto...
- Rocco e i suoi
fratelli (I/F, 1960, 182 minuti) di Luchino Visconti. Con
Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot. Da Il ponte della Ghisolfa di Giovanni
Testori. Con una lucidità che il cinema
italiano ha smarrito per strada, Visconti analizza la società
contemporanea (e sarà per lui l'ultima volta) confessando,
paradossalmente, la propria incapacità di afferrarla (e di
viverla). Definitivo suggello al neorealismo, colpisce ancora oggi
per l'intensità della narrazione e per i magnifici personaggi.
Tra infinite polemiche (e tagli di censura alla scena dell'Idroscalo)
vinse il premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia.
- Rosemary's baby
(Rosemary's baby, USA, 1968, 136
minuti) di Roman Polanski. Con Mia Farrow, John Cassavetes. Da un
romanzo di Ira Levin. Polanski, da buon europeo,
sa che la paura, quella vera, sta nello spaesamento, nello scarto. E
costrusce un film in cui i nessi temporali e spaziali sono da
ricostruire a ogni nuova sequenza, in cui regnano il non-detto e il
non-visto, costringendo lo spettatore in uno stato di continua - e
tesissima - frustrazione. E, aiutato da interpreti eccezionali, tra
cui spicca il grande regista John Cassavetes, dipinge il più
bel «non-ritratto» del diavolo che mai si sia
«visto» sullo schermo.
- Sabotaggio (Sabotage, GB, 1936, 77 minuti) di
Alfred Hitchcock. Con Sylvia Sydney, Oscar Homolka. Da L'agente segreto di Joseph Conrad.
Non particolarmente amato da Hitchcock (che non
si perdonava di aver fatto morire uno dei personaggi più
«simpatici», deludendo così lo spettatore), rimane
comunque un film ricco di passaggi davvero notevoli: il blackout, la
«cena fatale», l'inseguimento nel cinema sono momenti
indimenticabili anche perché - in sostanza -
«muti», affidati cioè alla costruzione
dell'inquadratura, alle luci e ai gesti dei personaggi, nonché
a quel «non detto» tipicamente hitchcockiano che segna la
tensione delle sue migliori opere.
- Sangue sulla luna
(Vento di terre selvagge) (Blood on the moon, USA, 1948, 88
minuti) di Robert Wise. Con Robert Mitchum, Barbara Bel Geddes,
Walter Brennan. Dal romanzo Gunman's
choice di Luke Short. Un western
già crepuscolare, sospeso tra gli stereotipi del genere e un
insolito approfondimento psicologico.
- Scarface (Scarface, USA, 1931, 94 minuti) di
Howard Hawks. Con Paul Muni, George Raft. Da un romanzo di Armitage
Trail. Tutti i film di gangster devono qualcosa a
Scarface e a Howard Hawks. Il
coraggio di una resa durissima e realistica del mondo della malavita,
il dinamismo dell'azione, la complessità dei personaggi, l'uso
simbolico e raffinatissimo delle luci (le apparizioni di Tony
«scarface» Camonte sono spesso accompagnate da una
croce), i dialoghi serrati e funzionali. Da non perdere, anche
perché proposto in lingua originale cpn sottotitoli.
- Scarface (Scarface, USA, 1983, 170 minuti) di
Brian De Palma. Con Al Pacino, Michelle Pfeiffer. Da un romanzo di
Armitage Trail. Sono passati cinquant'anni dallo
Scarface di Howard Hawks e il
ghigno ironico di Paul Muni si è trasformato nella maschera di
sofferenza di Al Pacino, i pittoreschi speakeasy sono diventati discoteche
alienanti e le case dei gangster si sono mutate in palazzi vuoti come
l'anima di chi vi abita. E questo perché la storia di Scarface
è passata nelle mani di De Palma, che, raccontando l'ascesa e
la caduta del profugo cubano Tony Montana, racconta anche come le vie
del potere siano percorse da rivoli di sangue. Estremo, doloroso e
bellissimo.
- Sentieri selvaggi
(The searchers, USA, 1956, 121
minuti) di John Ford. Con John Wayne, Natalie Wood. Da un romanzo di
Alan Le May. Venite a pulirvi gli occhi, a lavare
le mille pretestuosità cinematografiche degli ultimi anni in
un film puro per concezione e sviluppo, essenziale ed eloquente come
pochi altri. Innumerevoli le suggestioni visive che questo film ha
suscitato; innumerevoli i personaggi scaturiti dalla matrice di Ethan
Edwards-John Wayne. Impossibile non averlo visto, ancor più
impossibile non rivederlo. Perché, come dice Roger Tailleur:
«Nella storia, ci sono stati un secolo d'Augusto e un secolo di
Luigi XIV; nel cinema, nato come lui nel 1895, c'è stato e ci
sarà sempre il secolo di John Ford.»
- Shining (The shining, USA, 1980, 120 minuti) di
Stanley Kubrick. Con Jack Nicholson, Shelley Duvall. Dal romanzo di
Stephen King. I corridoi dell'Overlook Hotel
diventano i meandri del cervello, le favole un persorso iniziatico
verso l'orrore, i rapporti familiari una china verso la morte. Con
Shining possiamo permetterci il
lusso di scegliere tra realtà e finzione, tra presente e
passato, sempre che teniamo ben presente l'unica, agghiacciante
verità: anche noi, come Jack Torrance, siamo e saremo sempre i
caretaker (i custodi-becchini)
del nostro io.
- Soldi sporchi (A simple plan, USA, 1998, 123 minuti)
di Sam Raimi. Con Bill Paxton, Billy Bob Thornton. Da un romanzo di
Scott B. Smith. Un po' penalizzato per le
somiglianze con quell'assoluto capolavoro che è Fargo, questo piccolo film dimostra
ancora una volta come Sam Raimi sia un bravissimo regista, posto che
gli venga data una sceneggiatura valida su cui lavorare. Traboccante
di dolore umano, segnato da una tensione sotterranea sempre sul punto
di emergere in superficie, Soldi
sporchi è uno di quei film non pacificati (e non
pacificanti) di cui avremmo un gran bisogno per ricominciare a
riflettere sul cinema.
- Spartacus (Spartacus, USA, 1960, 184 minuti) di
Stanley Kubrick. Con Kirk Douglas, Laurence Olivier. Da un romanzo di
Howard Melvin Fast. 167 giorni di lavorazione,
10.000 persone tra attori e tecnici, 12 milioni di dollari
d'investimento. Kubrick è già Kubrick nel 1960, ma la
libertà creativa totale gli è ancora negata. E il film,
pur indubitabilmente segnato dal genio - soprattutto nelle scene
«laterali» - ne soffre un poco. Ma è sufficiente
notare il mondo in cui Kubrick gira i primi piani (quasi
«entrando» nell'espressione dell'attore) per far scrivere
il suo nome nella storia del cinema.
- Teresa Venerdì
(I, 1941, 95 minuti) di Vittorio De Sica. Con Vittorio De Sica,
Adriana Benetti, Anna Magnani. Da un romanzo di Rudolf Torök.
Un po' assuefatti alla semplice perfezione delle
commedie americane, spesso dimentichiamo che anche in Italia ci sono
state commedie convincenti per sceneggiatura, ambientazione,
personaggi. E questo film (il terzo di De Sica regista) è
sicuramente una commedia da (ri)scoprire.
- The eye - Lo sguardo
(Eye of the beholder, GB/USA/CAN,
1999, 170 minuti) di Stephan Elliott. Con Ewan McGregor, Ashley Judd.
Da un romanzo di Marc Behm. E' vero: lo
sceneggiatore e il regista hanno «dimenticato» il finale,
eppure qualcosa di nuovo (e di buono) si trova in questo noir che
probabilmente non sarebbe dispiaciuto a Hitchcock: un'ambientazione
convincente, un ritmo singolare, una storia che suggerisce più
che mostrare. Il risultato non è altissimo, però
avercene, di film così...
- Trappola di cristallo
(Die hard USA, 1988, 132 minuti)
di John McTiernan. Con Bruce Willis, Alan Rickman, Bonnie Bedelia.
Dal romanzo di Roderick Thorp. ... e proprio
quando avevamo perso ogni speranza, giunse Die Hard. Vero film hollywodiano nel
senso migliore del termine, ha dato nuova linfa al film d'azione,
svecchiandolo di tutti i cascami jamesbondiani. Il John McClane di
Bruce Willis è uno splendido esempio moderno dell'eroe
solitario che il western ci aveva fatto conoscere; l'Hans Gruber di
Alan Rickman è un cattivo come non se ne vedevano da tempo; la
sceneggiatura non perde un colpo; i dialoghi sono brillanti come
nelle vere commedie. Nel suo genere, un vero capolavoro.
- Turista per caso
(The accidental tourist, USA,
1988, 122 minuti) di Lawrence Kasdan. Con William Hurt, Kathleen
Turner, Geena Davis. Dal romanzo di Anne Tyler.
Potrebbe sembrare un film basato su un bellissimo soggetto e con un
formidabile gruppo di attori. Ma non è così: la
sensibilità così atipica di Kasdan arricchisce ogni
sequenza di una luce diversa e «illuminante», risolve con
dettagli raffinatissimi le scene più difficili, rende tutto
straordinariamente (e ingannevolmente) semplice.
- Un affare di gusto
(Une affaire de goût, F,
2001, 92 minuti) di Bernard Rapp. Con Bernard Giraudeau, Jean-Pierre
Lorit. Dal romanzo Affaires de
goût di Philippe Balland. A
dimostrazione che anche in Europa gli sceneggiatori in gamba non
mancano... Un film che sfugge a qualsiasi classificazione, leggero e
tetro nel contempo, percorso dai brividi della trasgressione e
recitato benissimo.
- Un bacio e una
pistola (Kiss me
deadly, USA, 1955, 105 minuti) di Robert Aldrich. Con
Ralph Meeker, Albert Dekker, Cloris Leachman. Dal romanzo di Mickey
Spillane. Ha influenzato tutti i registi che
hanno voluto rileggere il noir
(da Godard a Tarantino). Allucinato, violento, spiazzante eppure
lucidissimo.
- Un maledetto
imbroglio (I, 1960, 112 minuti) di Pietro Germi. Con
Pietro Germi, Claudio Gora. Dal romanzo Quer
pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio
Gadda. Correte a riscoprire Pietro Germi prima
che (ri)torni di moda. Già Scorsese lo ha omaggiato
esplicitamente e ben presto si accoderanno in molti. Regista atipico
e impervio, ha lavorato come nessun altro in Italia a una rilettura
del cinema classico americano, aggiungendovi un tocco caustico e
graffiante molto europeo. Dotato di una consapevolezza estrema sulle
possibilità e sui limiti del linguaggio cinematografico,
«guarda» alle sue storie con occhio mai banale,
acutissimo. Ma forse, come scrissero i Cahiers du cinéma, la sua
caratteristica più singolare è proprio quella di
«filmarsi mentre sta filmando».
- Un uomo senza scampo
(I walk the line, USA, 1970, 95
minuti) di John Frankenheimer. Con Gregory Peck, Tuesday Weld,
Charles Durning. Da un romanzo di Madison Jones.
Film insolito e quasi dimenticato, è invece memorabile per la
sua puntuale, meticolosa, straziante descrizione dell'America rurale.
Personaggi vigorosi nella migliore tradizione classica, e un Gregory
Peck come non l'avete mai visto.
- Un viaggio nel cinema americano
secondo Martin Scorsese (A
personal journey with Martin Scorsese through american
movies, USA, 1995, 226 minuti) di Martin Scorsese. No, non è tratto da un romanzo, ma questo
magnifico documentario è una tappa assolutamente obbligata per
chiunque ami leggere (scrivere, filmare) storie. Tecniche di racconto
e ossessioni personali, schegge notissime o dimenticate, commenti di
rara intelligenza e profondità: Scorsese conosce come pochi
altri quella «macchina di storie» che è il cinema
americano e la smonta per noi con eleganza e maestria. Nessun corso
di scrittura creativa, nessun seminario di sceneggiatura o di regia
potranno eguagliare questa superba lezione.
- Via col vento (Gone with the wind, USA, 1939, 222
minuti) di Victor Fleming. Con Vivien Leigh, Clark Gable, Leslie
Howard, Olivia de Havilland, Hattie McDaniel. Dal romanzo di Margaret
Mitchell. Difficile non averlo visto, ma utile
rivederlo, magari per seguire, invece della storia, lo sviluppo dei
personaggi, la volontà di dare loro una coerenza paradigmatica
e universale. Trionfo della volontà di David O. Selzinick (il
produttore per antonomasia), rimane un film-svolta, un punto di non
ritorno per il concetto stesso di «film hollywoodiano».
Un consiglio: dopo, se non avete letto ill romanzo della Mitchell,
almeno leggete la bellissima analisi di Paola Cristalli in un
libretto uscito presso Lindau nella collana Universale Film e che
s'intitola, appunto Via col
vento. Scoprirete fatti e misfatti che neppure
immaginate...
- Vinyl (Vinyl, USA, 1965, 64 minuti) di Andy
Warhol. Con Tosh Carrillo, Gerard Malanga. Da Un'arancia a orologeria di Anthony
Burgess. Sei anni prima di Kubrick, Warhol
inietta la sua dose d'iperrealismo nel romanzo di Burgess. E lo
«immobilizza», quasi sottoponendo lo spettatore a un
«trattamento Lodovico», in cui la vita diventa
indistingibile dal film, in cui tutti sono attori e spettatori nel
contempo. Registratelo: è difficile che la videoteca sotto
casa ve ne procuri una copia...
- Vittoria amara (Bitter victory [Amère victoire], USA/F, 1957, 98
minuti) di Nicholas Ray. Con Richard Burton, Curd Jürgens. Da un
romanzo di René Hardy. Film aspro, non
particolarmente amato dal pubblico o dalla critica, ma che ha segnato
profondamente registi quali Jean-Luc Godard, che ha scritto:
«Questo film, come il sole, vi farà chiudere gli occhi.
La verità rende ciechi.»
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